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Fotogrammi

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La cosa è successa un po’ così: da anni disegno mentre guardo un film o un telefilm. Faccio due cose che mi piace fare, contemporaneamente. Poi qualche tempo fa ho avuto l’idea di isolare alcuni fotogrammi di quello che guardavo e ridisegnarli. Facevo lo screenshot e poi li reinterpretavo. La sola regola era quella di usare sempre la stessa tecnica, e cioè lo stesso pennello: credo una specie di olio, non saprei con certezza, con il digitale non si capisce mai bene. Funzionava e aveva il sufficiente grado di imprecisione che ci voleva. Non volevo copiare: volevo estrarre il senso di quella scena. Il criterio che me la faceva scegliere era in parte inconscio e in parte estetico. Oppure: qualcosa mi diceva che quella scena più di altre conteneva un senso del film. Non dico IL senso, ma un senso possibile sì.
Ho iniziato con lo splendido “La fantastica signora Maisel”. Ho continuato con “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind” e poi de “La ballata di Buster Sgruggs” dei fratelli Cohen da cui ne ho tratto uno solo. Il più fotografico, direi.

  • Isolare fotogrammi mi ha fatto capire alcune cose.
  • Come si scelgono le immagini delle locandine dei film. O una possibile interpretazione del come ciò avviene. A volte è semplicemente il o la protagonista. Altre è una scena topica. Altre ancora la scena non suggerisce niente della storia. Sono tutte tecniche lecite. E imprevedibili.
  • Ho capito a posteriori di aver scelto alcune scene perché non erano semplici fotogrammi ben composti ma erano storie in sé. Magari isolate non spiegavano bene il prima e il dopo in cui si situavano nella narrazione ma, appunto, prese singolarmente erano già storie. Direi in altre parole che erano storie in sé che non
  • necessariamente avevano relazione con la storia da cui derivavano. Avevano una loro autonomia. A volte, una volta disegnate, hanno assunto un senso diverso da quello originale. Come questa:
  • I fotogrammi, una volta isolati, hanno una vita indipendente. Quanto più è curata la fotografia, tanto più hanno forza le immagini di cui è composta la narrazione. È come se un film contenesse una storia parallela che non ha relazione con quella principale. Se ne isoli singoli fotogrammi ottieni un’altra storia o una serie di storie, magari slegate fra di loro.
  • La fotografia di un buon film non è fatta di sole immagini ben composte. Me ne sono reso conto vedendo “La ballata di Buster Scruggs” che, per molti versi, ha una mirabile fotografia. Non ne riuscivo a estrarre tante immagini. Eppure nel suo complesso era una fotografia solida, completa, perfetta. Perché una buona fotografia cinematografica non è la somma di migliaia di immagini perfette ma di alcune perfette e di altre meno memorabili che hanno un senso nell’economia della narrazione: creano una tensione fra quelle perfette e quelle normali, dando risalto alle prime. Un film fatto solo di inquadrature fotograficamente perfette è insostenibile. Un film fatto di variazioni è più teso e denso e tiene desta l’attenzione. Una narrazione si dipana fra snodi e cambi di direzione fra i quali succedono cose che conducono allo snodo successivo. Gli snodi sono rappresentati da alcune immagini significative ma ciò che viene prima o dopo non deve altrettanto significativo. È un vascello che ti porta da un punto della narrazione all’altro.

Le immagini che ne ho ricavato non dicono molto della storia da cui sono tratte e non sono vogliono nemmeno farlo. Sono entità a parte e interpretazioni di una storia o di un fotogramma. Più li isolavo e più capivo che potevano essere una cosa diversa. La derivazione—per chi conosce le opere da cui sono tratti i fotogrammi—può essere chiara ma non ha alcuna importanza.

Le buone immagini stimolano la mente e non la devono appagare. Devono solo attivare un qualche processo mentale che dal punto A conduce a un altro punto. Non il punto B né il C. Un punto, non importa quale.

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