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Fallimento

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A un certo punto dovrei iniziare a considerare la mia totale incapacità di fare soldi come un grande successo. A non aver successo economico insomma ho da anni grandissimo successo. Forse vedendolo così potrei riuscire a cambiare il rapporto che ho non tanto col denaro quanto con i modi per farlo e la mia cecità nel vedere le opportunità che altri evidentemente vedono in maniera molto chiara.

Dovrei insomma riconsiderare quello che è a tutti gli effetti un fallimento al rallentatore: cioè quello del non capire o sapere come mettere a frutto i miei talenti. Nella mia vita non ci sono infatti né ci sono stati momenti precisi in cui il fallimento mi si è presentato tendendomi la mano e dicendo “Salve, sono il fallimento” ma si è trattato piuttosto di una sorta di basso continuo, di rumore di fondo che ha accompagnato molte mie imprese: tutte, sin qui, inevitabilmente destinate a non trasformarsi mai in clamorosi o timidi successi, ma semmai in qualcosa di variabilmente decente, persino buono e, qualora promettente, senza mai alcuna conseguenza o sviluppo. Non voglio dire con ciò di avere ammassato una non invidiabile collezione di fallimenti: tutti bene o male ne hanno e parlarne non nuoce. Dico piuttosto che mi pare spesso di non aver messo a frutto certi talenti, o di averne immodestamente qualcuno, a parte quello di farci soldi (con gli altri talenti).

La cosa curiosa è che, a ben pensarci, ho sempre avuto un rapporto splendido col fallimento. Non che lo cerchi scientificamente, intendiamoci. Dico solo che, quando mi sono trovato nella stessa stanza con lui, non mi sono mai sentito triste o depresso, anzi: il fallimento – quel preciso momento in cui capisci che una cosa a cui tenevi semplicemente non funziona o è morta – ha sempre agito al contrario su di me: ogni fallimento ha sempre stimolato una reazione opposta, di orgoglio e di desiderio di rivincita. Quindi, dovrei dedurne, niente mi ha mai motivato più del fallimento. 

È forse per questo che non l’ho cercato – ovviamente – ma altrettanto non mi ha mai abbattuto constatare di aver fallito. Mi ha piuttosto sempre fatto l’effetto opposto: mi ha stimolato a cambiare direzione o a volte anche a proseguire su quella (temporaneamente) fallimentare. 

Sarà perché ho capito quanto sia interessante sbagliare: lo sbaglio porta spesso con sé il seme della possibilità e l’errore è spesso un messaggio che bisogna saper ascoltare. In genere dice, semplicemente, che la strada intrapresa non è giusta, altre volte mostra percorsi alternativi, molto più interessanti della via maestra.

Del resto la nostra cultura ha sempre legato il fallimento all’errore, e li ha sempre avvolti nello stigma del rifiuto: chi fallisce è socialmente poco accettato, se ha fallito è per manifesta incapacità. Il fallimento insomma è percepito come la certificazione dell’inettitudine più che un malanno transitorio. Del resto vengono celebrate le persone di successo (quasi sempre economico, o anche scientifico e artistico ma – si noti – solo perché di questi successi esiste una traduzione economica), come vere divinità umane, in mancanza di quelle divine.

Il successo è poi sempre interpretato a posteriori, come se il fatto che si sia concretizzato fosse l’inevitabile conseguenza di un piano ben eseguito. Eppure ho l’impressione che nessun piano perfetto eseguito due o mille volte condurrebbe sempre allo stesso esito. Se Bezos ripartisse dal punto zero di Amazon, oggi Amazon sarebbe inevitabilmente diversa da quella che è e forse Kubrick rifarebbe Shining allo stesso modo ma con esiti diversi. Il successo (inteso come l’opposto del fallimento) non è insomma solo dipendente da costanti ma anche da varianti, in particolare una: il tempo. Il contesto – che è il dispiegarsi del tempo, essendone la sua manifestazione – decreta il successo o meno di una formula. E lo dimostrano tanti che non ne hanno avuto, pur avendo fatto quello che hanno fatto altri dopo di loro, ma in un tempo diverso.

Voglio con ciò dire che i miei fallimenti sono solo l’esito di un piano ben eseguito ma nel tempo sbagliato? No, affatto. È probabile che siano solo la conseguenza di piani mal congegnati e del resto tutto è relativo: Bezos ha avuto successo economico ma chissà quanti fallimenti ha avuto nel frattempo. Probabilmente il successo di uno ha eclissato tanti altri fallimenti. E ciò conduce all’ultimo punto, e cioè che il successo è relativo, così come il fallimento.

Si dice “Non lasciare che i tuoi errori ti definiscano” e bisognerebbe aggiungere “Intendili invece come indizi che la retta via ti ha predisposto”. Il fallimento è infatti uno scarto rispetto alla retta via (quella del successo) ma se non esistesse questa non esisterebbe nemmeno il fallimento, poiché non esiste deviazione se non vi è in primo luogo direzione.

Ed è forse per questo che non ho mai vissuto i fallimenti come delle sentenze ma piuttosto come delle correzioni di rotta, o delle deviazioni repentine. Bisogna saper ascoltare il fallimento, così come lo sportivo dovrebbe imparare più dalle sconfitte che dalle vittorie. “Le vittorie si dimenticano presto, i fallimenti durano per sempre”, non ricordo chi disse. È infatti in questa dimensione temporale che viviamo immersi: quella in cui persistono gli errori e non i successi. I successi devi richiamarli alla memoria, i fallimenti son sempre vivi.

A dimostrazione che il successo non può sempre essere pianificato, o che il fallimento pianificato può rivelarsi tutt’altro che tale, ricordo uno stupendo film di Mel Brooks intitolato “The Producers”. Un impresario teatrale e il suo contabile capiscono che un fallimento colossale potrebbe essere paradossalmente più proficuo di un successo e allora decidono di mettere in scena uno spettacolo programmato per essere un disastro atroce: un musical su Hitler. Che ovviamente si rivela talmente assurdo nel presentare in maniera apologetica il pazzo nazista da venir inteso come una parodia sarcastica, finendo per diventare un clamoroso successo. Come dire che pianificando un fallimento scientifico si può finire per creare un’opera che è l’esatto opposto, perché il successo, appunto, non dipende solo da fattori prevedibili, mentre il fallimento ha un senso dell’ironia molto spietato. E, se sei bravo, ti fa ridere di te stesso e dell’ingenuità con cui pensavi che tutto dipendesse da te. Perché il tempo non ha molta ironia: procede per la sua strada e non si cura di chi incontra.

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