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Distruzione

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La distruzione di qualcosa provoca un rilascio di serotonina ed endorfine. L’ho sempre sospettato e poi ne ho avuto conferma guardando un video su Tik Tok di uno degli unici due (forse tre) account che seguo. Mi pare si chiami Dr Paul, è uno psicologo inglese, bonario e rubicondo, che con accento ultra anglosassone spiega cose di psicologia. Mi piace soprattutto quando – senza perdere un solo grammo del suo usuale aplomb – demolisce a parole una delle tante teorie stentate che circola imbelle nella rete. Prendi la PNL: in un crescendo di aggettivi non proprio lusinghieri (ma nemmeno offensivi), il dottore arriva al climax del suo pensiero: “La PNL è quello che volete, ma sicuramente non è una scienza”. 

Del piacere che si prova nel vedere distruggere qualcosa (mai visto un video di quelle macchine che grazie a due cilindri di ruote dentate – una specie di dentatura rotante e implacabile – masticano qualsiasi oggetto di metallo venga loro servito? Ecco, quelle cose lì) Dr Paul spiegava che è, appunto, un fenomeno legato al rilascio di serotonina ed endorfine, che, giunto l’apice della finale deglutizione dell’oggetto dato in pasto alla perfida macchina, raggiunge un suo culmine. L’azione è conclusa e con sé porta un misto di vittoria e di compimento. Lo stesso o simile che si prova quando si completa una qualche azione programmata, quando si depenna una voce da una to-do list, quando si finisce ciò che si era iniziato. 

Ovviamente i gradi di soddisfazione sono diversi ma la sensazione di appagamento ha la stessa radice. Gli impegni della vita quotidiana sono soggetti a tal punto da variabili al di fuori del nostro potere che molte cose da fare si riducono ad atti in potenza: iniziamo a farle e poi le abbandoniamo, per riprenderle poi – se ci riusciamo – con doppia fatica. Questo per dire che nella giornata media endorfine e serotonina provano molteplici volte a montare, per ridursi poi in numerosi coiti interrotti: le azioni iniziate raramente si concludono. 

C’è però qualcosa di più filosofico però che mi interessa, ed è appunto la distruzione più che l’appagamento che la sua osservazione porta con sé (anche depennare una voce di una to-do list significa cancellarla, annientarla, distruggerla). La distruzione ha quasi sempre connotati negativi nella società occidentale. Nella cultura italiana è poi associata all’idea di fallimento, di tentativo di cancellare un errore (in Italia si demoliscono quasi solo edifici brutti ma quelli appena un po’ storici e altrettanto brutti godono di un bizzarro status diplomatico) e l’errore dovrebbe sempre restare visibile. Specie all’ombra della cultura cattolica, l’errore ha sempre una connotazione sociale e definisce il suo autore, per l’eternità. Per questo l’errore non deve mai essere cancellato, specie, possibilmente, dalla memoria sociale di chi l’ha compiuto.

Ho insomma il sospetto che – al di là dell’appagante rilascio di serotonina – la distruzione sia osteggiata nella nostra cultura più perché distrugge una memoria che per l’atto in sé. Non è insomma la distruzione in sé a essere vista con diffidenza ma piuttosto il fatto che cancelli le prove. Non è il mentre ma il dopo. 

Quando nel 2004 accadde la sciagura del gigantesco tsunami in Indonesia e si contarono centinaia di migliaia di morti, venne anche spiegato da cosa dipendesse la forza d’animo dei sopravvissuti: dalla loro cultura e dalla religione. Uno tsunami, dicevano, era una forza distruttrice che trovava una sua collocazione nella visione orientale (mi rendo conto di generalizzare oltre ogni ragionevole dubbio) ciclica della vita: alla creazione segue la distruzione e a questa la creazione. Alla morte segue la vita e alla vita la morte. Accettato questo stato (ciclico) delle cose, la visione esistenziale muta radicalmente rispetto a quella lineare occidentale, tesa (o illusa di esserlo) verso un costante progresso che procede senza mai piegare, figurarsi invertire la rotta.

Le due visioni hanno soprattutto un rapporto diverso con il tempo: se il tempo è ciclico (come in Oriente) allora il passato è il futuro e viceversa, quindi l’unico tempo che conta o che è stabile è il presente. Soprattutto: la morte precede e segue la vita, e la vita fa altrettanto. 

La visione occidentale e lineare invece assume che il passato sia esistito e continui a esistere, così come il futuro – pur non esistendo ancora nel presente – esista come proiezione immaginifica (pensando al futuro lo si rende presente, o quanto meno una forma plausibile di futuro esiste nel momento in cui lo si pensa, che è presente). In mezzo ai due, il presente non è altro che un territorio conteso, in cui l’unico reale – il presente appunto – non può mai realizzarsi, non riesce ad accadere.

Per questo la distruzione è odiata: perché cancella il passato e interrompe il patto mentale con la memoria lineare. Non esistendo più il passato non esiste più l’errore e quindi la condanna sociale, o quanto meno la memoria.

Resta il piacere che proviamo nel vedere dei denti metallici che masticano pezzi di auto o bici. Forse perché quelle bici e quelle auto non sono nostre e la serotonina può scorrere libera da nostalgia, rimpianti o sensi di colpa.

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