Com’è fotografare con una Leica

È una cosa bellissima

Ho avuto l’occasione di poter fotografare per un’ora con una Leica (cosa per cui ringrazio moltissimo i responsabili del Leica Store di Bologna e specifico che questo articolo non è sponsorizzato in alcun modo).

Non avevo mai né preso in mano una Leica, né scattato una foto con lei in tutta la mia vita. Come molti ne ho sempre subito il fascino, anche se a distanza e più che altro per la luce mitica che quell’oggetto emette per chiunque ami la fotografia. Parliamo della macchina di Cartier-Bresson e di moltissimi dei più grandi fotografi della storia. Parliamo di una macchina che ha più volte salvato la vita a dei fotoreporter prendendosi una pallottola destinata a qualche loro organo vitale.

Insomma, un giorno mi sono trovato per le mani e al collo una M10 Monochrom con un Summicron-M 1:2/35. Valore di mercato, per i curiosi, pari a circa 11.000 euro. E mi hanno lasciato allontanare dal negozio e tenerla per un’ora intera! Grazie ragazzi, apprezzo tantissimo, non so se si è capito.

 

 

 

Ma com’è insomma fotografare con lei? È davvero una cosa speciale? Sì, è una cosa oltre le aspettative e io non ne avevo di particolari, nel senso che è come se mi avessero chiesto «Come pensi sarebbe fare una cosa che non farai mai perché la tua traiettoria esistenziale non la incontrerà mai?». Boh, non ne ho idea.

 

Come sarà segnare un gol ai mondiali? Non mi succederà mai. Invece questa mi è successa, anche se solo per un’ora.

 

Innanzitutto, una Leica è fatta di antimateria. Pur essendo di dimensioni normali è pesante e solida ma con quella certa gravità che indica la perfezione costruttiva e dei dettagli. Per dire: la corsa dello scatto non è una cosa qualsiasi: secondo me è *esattamente* 8/10 di mm perché così è giusto che sia. E il suono dell’otturatore? Celestiale, non c’è altra definizione.

 



Un’altra cosa che stupisce e lascia forse un po’ interdetti è che la Leica ha pochissimi comandi. Il modello che ho provato (che è quello con sensore che registra solo il bianco e nero) ha il pulsante di scatto, il selettore dei tempi di esposizione, quello degli ISO, quattro tasti a fianco del display posteriore per attivare la live view, il menu e altro e un cursore a 4 direzioni a destra. I diaframmi li scegli sull’obiettivo. Fine.

C’è davvero bisogno di altro se non fai particolari foto (tipo sport estremi o natura)? No, fine.

 

Forse non tutti sanno che la Leica è nota da sempre per utilizzare la tecnologia del telemetro: quello che inquadra il mirino è un’approssimazione di quello che vede l’obiettivo poiché non è una macchina reflex, quindi non è tecnicamente possibile alzare uno specchio che rimanda l’immagine inquadrata nel mirino e scattare. Ciò che vedi è abbastanza simile a quello che inquadri ma in realtà è lievemente spostato a sinistra (dove è collocato il mirino rispetto all’obiettivo) e inoltre l’area visibile varia a seconda dell’obiettivo che monti.

 

 

 

Per usare un telemetro e mettere a fuoco devi ruotare la ghiera dell’obiettivo finché le due porzioni di immagine al centro del mirino (immagina un rettangolo al centro che funziona come una porta scorrevole a due ante: quando queste si sovrappongono perfettamente e vedi una sola immagine sei a fuoco). Oppure puoi mettere a fuoco a stima: sull’obiettivo sono indicate le distanze di messa a fuoco e se il tuo soggetto è a quella distanza (inutile dire che devi capirlo a senso) allora puoi anche non inquadrare.

 

Tecnicamente sarebbe possibile vedere nel mirino (come dimostrano le tante mirroless presenti sul mercato – un mirino digitale può leggere facilmente la scena inquadrata dall’obiettivo «lasciato aperto» e riprodurla fedelmente) quello che sta vedendo l’obiettivo ma il mirino scelto da Leica è ottico e quindi non si può, devi fartelo andare bene così. A indicarti la porzione di ciò che hai di fronte che finirà nella foto ci sono invece solo delle linee sovraimpresse. Che ti danno un’idea. Vaga. Vaghissima.

 

 

È curioso che una macchina che ha costruito la sua leggenda sulla precisione si basi su una tecnologia che lascia apparentemente così tanto margine all’errore. E invece.

 

Quasi dimenticavo: non esiste autofocus. Perché di no, con le Leica – almeno quelle serie M – non puoi usare l’autofocus perché non esiste. Si potrebbe tecnicamente? Certo che sì, ma Leica non lo prevede. È un problema? No, assolutamente, anche se non per il motivo che immagini.

Ricapitolando: mi sono trovato in mano una macchina di considerevole valore economico che non ha autofocus e che non mi fa vedere esattamente quello che sta inquadrando (a meno che io non usi il display sul retro, che io non uso perché non mi piace). Alla prima foto scattata pensavo che non me ne sarebbe venuta una. Alla quarta avevo già capito tutto e non perché sia intelligente ma per un altro motivo:

 

usarla è facilissimo: ha così poche opzioni che non ti resta che controllare i diaframmi, la messa a fuoco e i tempi. Le basi della fotografia, per dio.

 

Non c’è molto da dire: è superlativa. Dirò solo una cosa che riguarda il sensore e ne motiva la scelta di Leica di montarne uno solo in b/n e poi una sulle immagini prodotte.

Il sensore è solo in bianco e nero perché così raccoglie più dettagli ed è più veloce alle basse luci. Il colore è ottenuto infatti usando un filtro colore che peggiora nitidezza e qualità dell’immagine. Quindi non puoi ricavarne immagini a colori? Esatto. Ma la qualità di quel bianco e nero compensa la mancanza di colore.

 

 

Le immagini che produce sono superlative per qualità, profondità e dettaglio in ogni sfumatura di non colore, dal bianco al grigio fino al nero. Intendo che anche guardando le zone d’ombra che una macchina a colori renderebbe con una macchia prevalentemente nera puoi vedere dettagli, moltissimi dettagli.

 

La quantità di informazioni raccolte da quel sensore (e da un obiettivo adeguato) è impressionante.

 

Potendosela permettere, certo che sì. Anche in bianco e nero.
Ci sono alcune considerazioni da fare al riguardo, alcune di ordine pratico e altre di ordine filosofico.

Una Leica è un investimento importante. Per averla con una dotazione minima (corpo + 35 mm, cioè quella che usava Cartier-Bresson) ci vogliono più di 10.000 euro. Meno se la si compra usata ma non tantissimo meno. Quindi: Leica costa molto ma tiene molto bene il valore.

Inoltre non va trascurata l’obsolescenza degli obiettivi, che non esiste. I corpi macchina sono destinati a essere superati nel giro di qualche anno (gliene do 5 o 10 al massimo, il che non significa che poi siano da buttare, intendiamoci) ma gli obiettivi sono il grado zero delle lenti: non avendo motori, processori interni, accelerometri o diavolerie varie sono pura meccanica. E la pura meccanica non si guasta quasi mai e se si guasta si ripara.
Per dire, quando uscirono le prima Leica digitali, era indicata la compatibilità con gli obiettivi. Immagino la fierezza con cui dichiararono che erano “compatibili con tutti gli obiettivi prodotti dal 1952 a oggi”. Non c’entrandoci l’elettronica resta solo la meccanica, e quella va sempre.

 

 

Infine una considerazione filosofica: una Leica richiede la tua attenzione. Non puoi puntarla mentre giri la bistecca sulla griglia e pensare che metta a fuoco e decida tempi e diaframmi. Devi dedicare del tempo a decidere quei parametri, comporre l’immagine, mettere a fuoco, scattare. Puoi e devi fare solo quello ma a una condizione: che nel frattempo tu non faccia altro

 

In definitiva una Leica ti dona del tempo, perché ti costringe a essere consapevole di quello che stai facendo. Non stai facendo una foto: stai guardando, osservando, vedendo e valutando e poi stai facendo una foto. Quando scatti con una Leica stai vivendo nel momento presente e in nessun altro. A me non sembra poco, per niente.

 

Potresti farlo con qualsiasi altra macchina a telemetro, è verissimo. Però una Leica è una Leica.

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