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Un eloquente vuoto

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La fotografia è una questione di prospettiva. Ognuno ha il suo punto di vista e quelli più capaci ne hanno uno che parla un linguaggio universale. Marco Ronconi riesce ad applicare questo atteggiamento anche alla sua vita: la guarda con un occhio mentale che si eleva dagli accidenti quotidiani e li inquadra in un contesto molto più ampio. Umano ed esistenziale.

Il suo ultimo lavoro fotografico (ma anche compositivo, concettuale, esistenziale) si chiama “Hueco Mundo” e vien quasi da dire che le immagini che lo compongono sono un pretesto per raccontare una storia molto più ampia: quella di tutta l’umanità in questi ultimi anni. Quello del confinamento in un unico luogo, della privazione del movimento, dell’osservazione di una scena nota – la casa, la famiglia, la città – con occhi diversi. Ma questo è solo l’inizio.

Hueco Mundo è un racconto molto personale che serve per dire dove sta l’inizio di un viaggio: quello alla ricerca del vuoto. Il vuoto (“hueco”, da cui il titolo) è prima percepito nella sua manifestazione negativa: aver così tanto tempo perché altro non si può fare durante il lockdown e non saper dare un senso a quell’universo potenziale. Non riuscire a riempirlo. In questo periodo nasce l’idea di trovare una soluzione – o almeno di cercarla – in quei luoghi che per definizione sono le Terre del Vuoto: i deserti.

Si tratta di un racconto particolare: è intimo e silenzioso, ha poche parole di introduzione (quelle bellissime che scrive lui stesso all’inizio) e non si svolge come una storia. È piuttosto composto da uno ying e uno yang: quelli di due colori complementari come l’azzurro delle terre glaciali e il caldo giallo dei deserti. In mezzo c’è un nodo, un punto di inversione scuro e impenetrabile. I colori sono quindi tre: blu e giallo e in mezzo un non-colore come il nero. Il racconto è la sequenza stessa anche se non parla di una storia ben definita. Non ha una soluzione, non si conclude (e infatti questo volume è il primo di una trilogia).

Guardandolo pensavo ad alcune cose: il mondo vuoto è un mondo nuovo, questi luoghi sono silenziosi eppure generano la parola e il senso. Marco Ronconi fa una delle cose che solo gli artisti sanno fare: genera mondi, li fa nascere in una magnifica esplosione. Quelli che fotografa sono mondi esistenti eppure è come se li vedessimo per la prima volta (è il suo punto di vista, del resto).

Quello che trovo sempre stupefacente nel suo lavoro è il linguaggio che usa: nella follia di mettere un’etichetta a tutto, la sua è una fotografia naturalistica eppure non c’entra con la fotografia naturalistica. Del resto è lui stesso a elevarla a qualcosa di diverso: l’espressione di un punto di vista molto soggettivo. Lo si capisce dalla scelta della carta pregiatissima su cui il libro è stampato alla resa grafica delle immagini, alle desaturazioni funzionali a dire una cosa molto precisa senza riempire i vuoti di parole inutili ma dicendone pochissime e pesanti. Due colori e una negazione del colore, è come parlare una lingua che ha tre sole parole. Che dicono tutto.

Questi mondi che crea sono poi così silenziosi? Io c’ho sentito il vento, il crepitio del passi sulla sabbia e sul ghiaccio, il respiro degli uomini e della Terra. Sono luoghi mentali e spaziali che di vuoto hanno solo l’apparenza: nella sottrazione di ogni stimolo permettono di ascoltare e vedere ogni sfumatura. Sono delle immagini acustiche, da ascoltare guardandole in silenzio.

Dicono anche delle cose precise: non contano molto le soluzioni, almeno non tanto quanto le domande. Porsi le domande – giuste o sbagliate ma almeno porsele – è quel che conta. La risposta è una morte del senso, porta il silenzio, dopo una risposta non c’è più niente da dire. Invece bisogna fare domande e ancora altre domande per muoversi lungo la linea della scoperta. All’interno del vuoto, creando altri mondi e sentendo in silenzio cosa sussurrano.

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