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La lezione del vino

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Quando si beve del vino per la prima volta è meglio avvicinarlo privilegiando vini dolci. È il miglior modo per iniziare ad apprezzare un liquido così gradevole. La componente zuccherina aiuta a trovare familiarità in un sapore così diverso e nuovo.

Con l’età ho notato che lo zucchero mi piace sempre meno. Non è che lo disdegno proprio: non amo più le concentrazioni zuccherine. Mi sembra che nascondano qualcosa. Il vino fragolino è spesso indicato come una prelibatezza (forse perché sembra introvabile o quasi illegale — non ho mai capito davvero se è illegale, almeno quello vero, se ne esiste poi uno vero) eppure quello che si trova in giro è una brodaglia zuccherina vestita da fragola. Zucchero liquido.

Chi ama il vino — ma anche chi ama la musica jazz o la pittura e molte altre forme espressive dell’ingegno e dell’anima umana — ha iniziato ad apprezzarlo partendo dalle cose facili: dallo zucchero che c’è sempre, se lo cerchi. Nei vini zuccherini ce n’è ancor di più, quindi non puoi rischiare di sbagliare. E lo zucchero piace a tutti, bene o male. Ci ricorda le cose che ci piacevano da piccoli.

Non credo dipenda dall’età però: credo dipenda dal raffinamento dei gusti. Più ti educhi in qualcosa, più ne cerchi delle manifestazioni complesse perché quelle semplici non ti stimolano più particolarmente. Non cambia la loro bontà oggettiva, come dire. Restano sempre cose gradevoli, solo che non ti interessano più.

Inizi ad ascoltare il jazz partendo dalle cose semplici (si fa per dire): una su tutte è “My favourite things” di John Coltrane. Ho iniziato ad ascoltare il jazz partendo da quel punto. Non è un pezzo semplice, affatto, ma credo che sia riuscito a trovare un varco perché ci riconoscevo un motivo che conoscevo. Uno standard, come si direbbe nel mondo del jazz. Del resto le origini del jazz non sono quelle di una musica colta e complessa. Quello lo è diventato dopo.

Poi arrivi a “A love supreme”, che è anche il testamento musicale di John Coltrane, e per riuscire ad ascoltarlo devi prestargli davvero molta attenzione. Però se lo ascolti — e non dico “se lo senti” e basta, dico proprio ascoltare attivamente — il tuo spirito viene elevato in un’altra dimensione, davvero suprema.

Con la fotografia succede lo stesso. Le fotografie più apprezzate sono quelle di composizione semplice, spesso centrale, con bei colori. Diceva Roger Ballen:

Quando la gente dice di ammirare una foto in realtà molto spesso sta ammirandone i colori.

I colori sono lo zucchero della fotografia. Non sempre, ma non è detto che un vino complesso non abbia una certa componente zuccherina. I colori sono la cosa che ci colpisce subito in una foto e non c’è da scomodare nessuna teoria sulla percezione del colore per capire perché alcuni colori funzionino bene e ci facciano dire Oh che bella foto. L’azzurro del cielo, i colori dei fiori, il tono dell’incarnato dei bambini.

Si potrebbe fare questa prova: sfuocare una foto con bei colori fino a renderne le figure irriconoscibili. Pure macchie di colore. Se è ancora gradevole è una foto bella. Se è irriconoscibile non è più una foto, e intendo una foto con una composizione solida, non bloccata.

Le foto belle mi annoiano. Le foto che mi interessano di più non sono nemmeno quelle che mi fan pensare “Chissà come l’ha fatta”. La tecnica è interessante fino a un certo punto, generalmente molto distante da quello che mi interessa. Mi interessa che una foto catturi la mia attenzione per più di 10 secondi. 10 secondi sono già tanti. Stare a guardare una foto 10 secondi non è un tempo breve, è più di quanto stiamo a guardare un quadro in una pinacoteca.

Ho capito che le composizione centrifughe mi piacciono di più. Le trovo più interessanti. Elementi del fotogramma che non ci stanno dentro, che cercano di uscire dai suoi margini. Ce ne sono due che mi vengono in mente: una di Henri Cartier-Bresson e l’altra di Rui Palha.

In entrambe qualcosa cerca di uscire dal fotogramma, il ciclista o i colombi.

Il movimento genera la complessità, così come la stratificazione di un vino gli dona profondità.

Una grande foto non mostra solo qualcosa, ma accende uno spazio percettivo nella testa di chi l’osserva. Non sta nelle due dimensioni di una stampa ma tenta di uscire.

Vuole invadere lo spazio fisico e lo fa non limitandosi a essere una cosa gradevole.

Parafrasando ancora Cartier-Bresson che diceva che la nitidezza è un concetto borghese, si può dire che il colore è un concetto borghese. Per poter comunicare, una foto deve anche essere urtante a volte, gridare. Altrimenti è uno zucchero. Colorato anche. Piacevole. Stomacante altre volte.

Poco interessante, alla fine.

C’è una cosa in comune a tutti questi artisti — a Coltrane, a Bresson, a Miles Davis: hanno sempre spinto la loro ricerca un po’ oltre. Non hanno mai rifatto sempre la stessa cosa. Se ascolti le prime cose che hanno suonato o vedi le prime foto che han fatto ci puoi riconoscere qualcosa di quello che avrebbero fatto dopo, ma le troverai sempre molto diverse da quelle più mature. Si sono evoluti: per interesse personale e perché ricercavano la complessità. O almeno di dire la complessità con la loro arte. Di darle un nome, una forma. Non volevano essere solo apprezzati. Forse la cosa gli interessava pure poco. Dovevano dire, come devono dire anche oggi i più grandi artisti. Avevano un’urgenza insomma. Non ricercavano l’approvazione. Erano, se ci si pensa bene, come i bambini prima che gli adulti li plagino a ricercare il consenso e l’approvazione. Non seguivano una strada, nemmeno quella da loro stessi tracciata. Volevano conoscerne sempre di nuove invece. Un artista non segue mai la strada tracciata e vuole sempre scoprirne una nuova. Con i suoi mezzi. Un artista ha la complessità di un vino profondo e la purezza e impertinenza dello sguardo di un bambino che non sa niente e vuole sapere tutto. Provandoci.

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