La stazione di Bologna

Piranesi era un dilettante

La stazione di Bologna non è una semplice stazione: è la prima e unica stazione situazionista al mondo. Ci arrivi al mattino e la trovi così, ci ripassi la sera ed è cambiata.

Un giorno ci sono andato e ho preso un caffè ad uno dei due/tre bar che ci sono sotto. Ci torno la settimana dopo e il bar non c’è più, o meglio è in un altro punto. Oppure è nello stesso punto ma è cambiato ma c’è lo stesso barista che mi guarda come a dire “Tutto bene?” e io che con gli occhi dico “Mah, mah non… non… lasci stare. Un caffè”.

Un’altra volta scendo ai binari e con la coda dell’occhio vedo una macchina. Una macchina? Non una sola: una fila di macchine, di taxi per l’esattezza. Cioè, dove prima c’era un piano qualsiasi adesso c’è una strada e sulla strada ci sono delle macchine. Una strada dentro una stazione. Ok.


 

Essendo situazionista, i percorsi non sono mai gli stessi: le scale mobili salgono e scendono come gli pare (probabilmente il senso di marcia è deciso da una scimmia strafatta di MDMA) e sono disposte esattamente dove ti aspetti che siano. Solo che non vanno nel senso che vorresti. Pensi “Quella salirà, lo sento” e invece quella scende. Sempre. Basta saperlo: non seguire il tuo istinto, questa è arte, baby.

Il particolare che colpisce subito sono le nicchie lungo i muri esterni. Trattandosi di una stazione interrata, questi sono poderosi muri contro terra. L’effetto di queste immense nicchie illuminate dal basso è però vagamente sovietico. Sarà il venticello gelido che ogni tanto spira, ma non ti meraviglieresti se vedessi sfilare l’Armata Rossa.

La particolarità architettonica di questa stazione sono senz’altro le colonne doriche di proporzione chiaramente ispirata a quella del tortellino: basse e sgraziate, non reggono niente, se non dei controsoffitti parzialmente finiti e definitivamente sfiniti. Il corrispondente statico dello schiacciare mosche con un bazooka.

Il progetto era in origine di Ricardo Bofill, ma se si guarda come l’aveva disegnata si capisce che di Bofill sono rimaste le colonne e l’impostazione funzionale della parte sotterranea forse, mentre manca il cappello superiore, che è poi quello che eccita l’architetto, anche perché è l’unica parte che si vede. Però anche la sola assenza di grazia delle colonne basta e avanza.

 

 

In verità lo spirito che anima svogliatamente tutta quest’opera è più ingegneristico che architettonico, detto con rispetto degli ingegneri ma anche sapendo bene quanto poco dell’estetica gli importi, se si escludono Calatrava o Nervi. Per gli ingegneri un edificio è una somma di funzioni e questa stazione di estetico non ha davvero niente: sono cose che fanno cose spalmate su decine di migliaia di mq di superficie dove si trascina una varia umanità che cerca di indovinare dove si trova la scala mobile che sale e quella che scende. Sbagliando sempre.

 

 

Giudizio finale: è brutta e di bolognese non ha niente. La stazione storica ha la dignità dell’edificio con una gravitas quasi classica: abbraccia la città e accoglie il passeggero. A questa si accede da via de’ Carracci dove sopravvive un simulacro del progetto di Bofill — ossia una vetrinetta stitica — o dai sottopassi della stazione storica, con un innesto che definire irrisolto è fargli un complimento.

 

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