Undicesimo comandamento: non compiacere

È quello che mi auguro e auguro per il 2020

Nel 2017 mi auguravo di saper guardare e indugiare di più nell’anno che sarebbe venuto. Nel 2018 analizzavo il senso del fare buoni propositi, concludendo che il loro scopo era di mettersi in testa un programma di minima e cercare di rispettarlo.

Se i buoni propositi e le proiezioni le fai in maniera così vaga ci sono speranze che tu riesca pure a portarli a compimento. Quantomeno ti restano in mente come fari: indicano una strada e quando ti sei perso a quelli ritorni, o almeno cerchi.

Per il 2020 il programma è ancora più minimale, tanto che ormai ho iniziato a pensare che il senso di queste righe di fine anno sia sempre più ispirato a una sottrazione: sempre meno cose, sempre più principi o intuizioni semplici e lineari. Poche cose, una sola, possibilmente. Finché un giorno non dirò più niente perché a forza di sottrarre non avrò più altro da dire. Difficile, o forse quel giorno è ancora lontano.

 

Per il 2020 mi riprometto di non compiacere più.

 

Ho imparato che più semplice è la cosa che dici o scrivi più efficace è il messaggio. Togli gli avverbi e riduci tutto all’osso e resta solo quello che vuoi dire, senza mediazioni o levigature. Resta solo la volontà o l’impegno che hai preso con te stesso. Poi ci tornerai nel corso dell’anno, ogni volta che ti ritroverai in quel punto della strada esistenziale in cui ricorderai che ti eri ripromesso una cosa precisa. Una, semplice e una sola.

 

I comandamenti sono 10 ma ne manca uno che mi pare molto importante: quello di non compiacere.

Non meraviglia che non ci sia: a Dio piacendo piace essere compiaciuto, non ho dubbi al riguardo. La venerazione, la preghiera, tutte queste cose: forme più o meno palesi di compiacimenti e tributi pagati alla benevolenza di un’entità ultraterrena che si intende pagare con la moneta della sottomissione. In attesa di una retribuzione emotiva, materiale, spirituale, ognuno ci metta quel che vuole.

 

Compiacere è un modo per invocare la benevolenza, per essere alla fine ciè che non si è. Per piegarsi a un’idea che si pensa gli altri abbiano di te. L’idea non è la persona né la realtà e forse l’idea che gli altri hanno di te non è nemmeno quella che tu pensi loro abbiano.

 

In definitiva si tratta di un meccanismo psicologico semplicissimo: si compiace per essere accettati e non sentirsi esclusi. Allo stesso tempo si guarda con sospetto chi non accetta di esserlo, chi è scontroso e provocatore. O chi, semplicemente, non vuole compiacere. Lo si considera sgarbato, persino violento. In verità molte volte si tratta solo di una persona che ha coscienza di sé e che non compiace. E se lo fa non lo chiama compiacere ma solo amore: fare cose senza un fine ma solo perché si è spinti da una forza misteriosa e potente.

 

“Lo fo per piacer mio” sembrerebbe l’essenza dell’egoismo e l’opposto dell’amore e invece in certi rarissimi casi proprio di un gesto d’amore si tratta.

 

Fare ciò che si vuole fare e soprattutto non fare ciò che non si vuol fare perché non appartiene a sé stessi è, alla fine, un grande gesto di amore: verso sé stessi e verso gli altri. Verso se stessi perché è ispirato al rispetto di sé e verso gli altri perché non compiacendo dice la verità e ristabilisce una regola universale, tanto quando dimenticata: l’amore non è un’espressione di potere.

 

Quante manifestazioni di potere esistono? Non intendo solo quelle più plateali ed evidenti (sociali, politiche ed economiche). Mi riferisco a quelle più familiari e intime, molto spesso poco evidenti o scambiate per normali e imprescindibili comportamenti di certe geometrie relazionali personali: compiacere i genitori, compiacere il compagno o la compagna, compiacere i figli. Si tratta di un potere e del suo esercizio molto più intimi e silenziosi eppure più potenti: viene esecitato ogni giorno in un ambito più intimo e profondo di altre manifestazioni di potere più pubbliche e sociali.

 

Non è affatto facile non compiacere. Non solo perché facendolo ci si aliena chi non è più oggetto di compiacimento ma perché comporta una profonda coscienza di sé e dei propri limiti.

 

Compiacendo, questi limiti si spostano così tanto che alla fine non si sa più chi si è. Saper evitare di compiacere e non farlo è un esercizio difficile che può dare come risultato l’isolamento.

Vi è di buono però che chi non viene compiaciuto ma capisce resta vicino a chi non compiace esprimendo un’altissima forma di amore: quello disinteressato e puro. Chi, non compiaciuto, si allontana non meritava affetto o preoccupazioni sin dall’inizio: meglio essersene accorti in tempo.

Per non compiacere bisogna sapere dire di no e non è facile farlo perché bisogna conoscersi e sapere quali e dove sono i nostri confini. Significa anche rifiutare una forma di potere che, come tutte le forme di potere, ha infiniti e subdoli modi per insinuarsi nella vita.

Non compiacendo si decide consapevolmente di non rinunciare al proprio territorio emotivo, di non cederlo ad altri. Come detto, ciò richiede innanzitutto di conoscerne i confini e non è affatto detto che li si conosca. Molto più spesso ci si lascia definire dagli altri, rinunciando a conoscersi, a difendersi o, eventualmente, a concedersi agli altri.

Se non ti conosci perfettamente non puoi fare altro che compiacere perché facendolo cerchi approvazione e una definizione di te stesso. Chi non compiace conosce benissimo sé stesso e sa distinguere tra il compiacere e l’amare. Chi non compiace non proietta sugli altri la persona che pensa gli altri egli sia.

 

Chi non compiace conosce e sa. Amare, soprattutto.

 

Non si tratta ovviamente di amore sentimentale ma piuttosto di buona predisposizione e di comprensione umana. Non compiacendo si sceglie di amare invece che riconoscere il potere altrui sottomettendovisi.

Non è facile e non è un gesto singolo. È un atteggiamento preparato da molta consapevolezza e comprensione: di sé, dei propri confini, di ciò che si è disposti a concedere agli altri. Ogni volta che si ama ci si spoglia e si è indifesi. Bisogna saperlo fare solo con chi lo merita davvero.

 

Nel 2020 mi chiederò sempre (cercherò almeno): sto compiacendo o sto volontariamente amando?

 

2020: è un bellissimo numero. Merita un proposito rotondo e importante. Buon anno.

IT

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