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Una cosa (divertente, che non farò mai più)

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Crociere

Ebbene no, non parlerò di crociere perché, semplicemente, non sono andato in crociera. Il titolo è un’evidente citazione di David Foster Wallace ma per stemperare subito l’entusiasmo che un titolo del genere potrebbe aver suscitato all’idea di leggere un racconto sagace e divertente, riporto una citazione dello stesso ma di tutt’altro tenore: “Pensate al vecchio luogo comune secondo cui ‘la mente è un ottimo servitore ma un pessimo padrone’. Questo, come molti altri luoghi comuni, così banali e poco eccitanti all’apparenza, esprime in realtà una grande e terribile verità. Non è una coincidenza che gli adulti che si suicidano con armi da fuoco si sparino quasi sempre alla testa. Sparano al terribile maestro.”

È tratta da Come cambiare la tua mente di Michael Pollan (cioè, lui cita Wallace, non mi sono peritato di controllare dove Wallace lo scriva), un libro stupendo che ho letto in questi giorni. Che parla dell’uso terapeutico delle sostanze allucinogene ma sul quale non mi dilungherò in questa sede, limitandomi a consigliarlo vivamente. Tutto insomma sta nella testa: come interpretiamo la realtà e la visione che abbiamo, di conseguenza, della nostra vita. Quando si arriva al suicidio si vuole insomma silenziare quella voce ossessiva, in molti casi almeno.

In verità c’è un altro legame fra quello che dice quel libro e il sagace racconto di una serata trascorsa con un amico fra locali del Poetto a Cagliari (questa è la cosa che non faccio mai e che probabilmente non rifarò, ma chissà). Insomma: il tema è quello del tempo o della sua dimensione, cioè quella temporale, appunto.

Il disagio – un certo disagio esistenziale – nasce a volte dal non essere nel posto in cui si vorrebbe essere, o dal fare una cosa quando se ne vorrebbe fare un’altra o, infine, dal non sapere bene cosa fare in un dato momento. La chiamo “dislocazione spazio-temporale”, nel senso che si è in un posto o in un tempo in cui non si vorrebbe essere.

La sera è iniziata con un concerto punk. Entrambi abbiamo la camicia di lino e sembriamo dei turisti vagamente eleganti o elegantemente estivi scesi da una nave da crociera per passare la notte in modo diverso. Insomma, non c’entriamo niente con le eclettiche divise di molti avventori del locale: non abbiamo Doctor Martens alte sino al ginocchio né capelli di colori innaturali, né tatuaggi o dettagli in pelle. Siamo due mosche bianche, credo. Il concerto è bello, forse è un punk addomesticato e c’è pure una famigliola con una ragazzina bionda che sembra uscita da una pubblicità. Magari non siamo così fuori posto. In effetti io mi aggiro facendo foto e ascolto la musica, mi piace tutto, bevo una Corona e poi un’altra, penso che sono dove voglio essere.

Poi andiamo da un’altra parte, dove dovremmo essere più in parte: una terrazza su uno stabilimento balneare, uno di quei luoghi in cui non sono mai stato e in cui ho solo letto sui giornali, quelli con il privè e lo champagne che viene portato al tavolo con un tubo che spara scintille infilato a mo’ di tappo (sì, la procedura è questa, ho potuto verificare). La musica è orrenda, sudamericanamente orrenda. La cosa più allucinante è che chi è lì e la balla sembra conoscere tutte le parole e la canta e la balla. La gente che c’è è allegra ed esagerata in tutto, mi pare di vivere in una scena di un film di Fellini o nel bar di Guerre Stellari ma poi mi viene in mente la scena de La Grande Bellezza di Sorrentino in cui quello ripete ossessivamente alla cubista “Te chiavass” e capisco di essere esattamente lì, in questa bolgia compiaciuta e felice – davvero felice – di essere esattamente dove si trova. Si percepisce una certa energia sessuale, si capisce che esistono le fazioni di chi è arrivato accoppiato e di chi diffonde feromoni come esche. Tutti vogliono essere lì e sono contenti di esserci. Tutti acconciati in modi bizzarri, come caricature di se stessi e se stesse ma in un certo modo tutti naturali. Io faccio foto fino a che il buttafuori mi avvicina e mi dice che qualcuno si è lamentato della mia macchina fotografica. Smetto di fotografare e non mi resta che guardare. Non sono giudicante, osservo e basta. Penso solo a quanto la meditazione abbia raso al suolo ogni mia inclinazione naturale al giudizio e ne sono sollevato. Non mi resta che abbandonare la sensazione di essere stato molto più a mio agio fra i punk. Mi accorgo che sto ballando conservando la dignità di non guardare nessuna donna sorridendo in modi che potrebbero essere equivocati. Sto conducendo un’analisi sociologica e non ho ancora abbastanza gin tonic in corpo per alludere a cose a cui non voglio alludere (non mi devo nemmeno sforzare di farlo). Constato però che sorrido, forse come un ebete, ma lo faccio. E ballo, non potendo più fotografare.

L’altra festa danzante (l’ha proprio definita così un buttafuori a cui abbiamo chiesto dove andare, “festa danzante”, sentirlo parlare così è stato come sentire Mike Tyson declamare Petrarca) era decisamente più compressa e giovane. Non credo di aver visto altri 50enni e le casse urlavano cose urlate da giovanissimi rapper, uno dei quali ripeteva che uscito dalla galera avrebbe preteso il culo della sua tipa. Ma io bevevo un daiquiri hemingwayiano, cosa poteva interessarmi, in fondo? Infatti sorridevo e fotografavo e ballavo, pensando che se qualcuno si fosse lamentato, il buttafuori non mi avrebbe mai raggiunto tanta era la calca. L’immersione nella dimensione che non mi appartiene era però perfetta, ancora di più non c’entravo niente con quel luogo (neanche anagraficamente) eppure me ne fregavo (grazie meditazione e anche grazie daiquiri). Ho registrato solo mentalmente che ora i dischi si mettono per 15 secondi, il tempo di raggiungere il ritornello che tutti conoscono per poi passare ad altro, una specie di discoteca Tik Tok, dove tutto deve durare pochissimo ed essere scrollabile, anche se solo ascoltato. La soglia di attenzione del 2022 è 15 secondi e la musica si adegua, oppure si vogliono suscitare solo raffiche di emozioni, costruire un flusso sonoro fatto solo di picchi, stimolare corpi che offrono solo manciate di secondi di attenzioni. La serata sfuma in una nuvola jamaicana, non assunta però dallo scrivente. Ma come dissolvenza funziona.

A questo punto c’è la conclusione: non della serata, ma la morale. Che è che ci si può trovare a proprio agio fuori contesto (con un certo aiuto alcolico, ok) ma anche grazie all’assenza di giudizio. Osservare non significa per forza giudicare: significa solo registrare, come farebbe una macchina, fotografica magari.Il disagio è generato dalla discrepanza fra aspettative e realtà ma il meccanismo può essere ingannato non avendo aspettative: guardando, annotando, lasciandosi andare.

Fotografando mi capita spesso: la macchina è un filtro e usandola non giudico, guardo e basta. Compongo ma senza voler dimostrare una tesi. Filtrando la realtà, mi protegge dall’interferenza della realtà: posso non badarla, guardo attraverso un rettangolo, non sto guardando la realtà ma la forma che le do.

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