Siamo in troppi

La società del 21° secolo ha espresso una qualità intellettuale e artistica media elevatissima. Probabilmente per niente.

C’è una particolare sensazione che provo ogni volta che guardo certi siti di fotografia o che vado al Salone del Mobile o che guardo Archdaily. Ogni volta, per far meglio capire, che affronto una certa potente concentrazione di talento e belle (più o meno belle) cose. Uso questi esempi perché mi sono familiari e personali: per altri potrebbe essere la categoria delle ceramiche contemporanee su Pinterest o quella delle cornici su Etsy. È un sentimento ambivalente e fortemente bipolare: è un misto di esaltazione e ammirazione per la quantità incredibile di talento che la rete ha reso accessibile (sia per chi ce l’ha, sia per chi ne ammira i risultati) e allo stesso tempo una leggera depressione. Neanche tanto leggera. Queste esperienze per me si compongono di un’iniziale esaltazione (“Mio dio, quanto talento, quanta bellezza”) e un conseguente picco depressivo (“Troppo talento, troppe cose belle. Tutti sono meglio di me, io non sarò mai così bravo”).

 

Andiamo sul personale per una volta: quanti, e parlo specialmente a chi aspira ad avere o ha un lavoro che richiede creatività, ha mai provato questa sensazione? Certi giorni pensi di aver scritto una bella cosa, fatto un bel disegno o una foto, progettato qualcosa di bello se sei architetto o designer. Il tuo ego artistico o, senza esagerare, almeno quello creativo è soddisfatto. Poi non hai ancora sonno e ti metti a guardare in giro cosa fanno gli altri e commetti così un errore grossolano. Perché inevitabilmente penserai che gli altri, molti altri, praticamente tutti gli altri, hanno fatto cose molto più belle delle tue. Parlando sempre in prima persona: avranno fatto un’illustrazione più bella, una foto più bella, un progetto più bello, avranno scritto un pezzo maledettamente più intelligente e interessante del tuo. E il problema è che è vero.

 

Questo pezzo del giornalista economico Felix Salmon è datato 2015. Mi è capitato di leggerlo solo oggi ma mi pare assai attuale. Considerato che ha più di 2 anni e considerato quello che dice, la situazione che descrive non può che essere peggiorata. In poche parole: Salmon, oggi ormai 45enne, dà consigli agli aspiranti giornalisti. Riassumendo dice “Fate dell’altro”. Descrive anche la sua carriera e dice di essere stato sia tenace e capace che fortunato. In fondo ha sempre fatto quello che gli piaceva fare e alla sua non di certo veneranda età è arrivato a guadagnare molto e ad avere una solida posizione. Dice anche altre cose interessanti, tipo che

 

  • Oggi si leggono cose interessantissime scritte da giornalisti e scrittori di grande talento. Molto più che in passato. La qualità media è molto alta. Ma — ed è un grande “ma” — il grande numero di professionisti di talento segue una semplice regola economica, vera e verificata da secoli: più è grande l’offerta, più si abbassa il valore individuale. Se sei uno dei 100 giornalisti più bravi sul mercato vali milioni di dollari. Se sei uno dei 100.000 più bravi… beh, fatti due conti.
  • Lui non fa mistero di essere un privilegiato: ha studiato in prestigiose università, ha un accento britannico “Che mi fa sembrare più intelligente di quanto io non sia”. Sa comunque di essere intelligente e sa di essere un privilegiato. E te lo sbatte in faccia. Può essere antipatico ma non si può dire che sia un ipocrita.
  • Oggi (e lui lo diceva nel 2015) parlare di blog è quasi ridicolo. Chi ci scrive non si considera un blogger, ma allo stesso tempo non vuole nemmeno considerarsi giornalista. In verità però, conclude diabolicamente Salmon, è a quel tipo di stabilità professionale che, lo si ammetta o meno, chi vuol vivere di questo mestiere pensa.

Tornando ai mestieri più o meno creativi e abbandonando il caso singolo del giornalismo: oggi c’è un’incredibile quantità di talento in circolazione. È un dato di fatto. Le università della vita o quelle vere hanno forgiato una generazione di persone molto brave nel proprio mestiere. Spesso più aggiornate e umili dei loro colleghi più anziani che vivono invece arroccati nelle posizioni di potere conquistate con nemmeno tanta fatica. O non almeno tanta quanta se ne chiede a questi giovani per ottenere un centesimo o un millesimo di quanto hanno ottenuto quelli di 20 o 30 anni più vecchi.

Lo si potrebbe liquidare come il consueto divario generazionale: fra 20 anni questo proletariato creativo occuperà i posti di potere — politici, economici, nei media — che ora occupano Salmon o altri. Oppure questa generazione potrebbe non essere mai in grado nel frattempo di raggiungere qualsivoglia posizione di potere da conservare con i denti e le unghie. Non perché non ne sia capace ma perché, semplicemente, quelle posizioni non esistono più.

Credo sia più probabile questa seconda ipotesi: il paradosso di quest’epoca storica in cui grazie a internet e alle varie piattaforme di pubblicazione tutti possono essere creativi, editori, artisti, amministratori delegati, segretari di se stessi è che la rendita di posizione di queste professioni si è ridotta a niente. E alla fine sempre di economia si tratta: se la qualità media è elevatissima e diffusa, il suo valore economico è proporzionalmente tendente a zero.

Il che conduce alla tesi di fondo di questo mio pezzo:

 

Siamo in troppi.

 

È una tesi che mi è cara e che ho sostenuto altre volte, parlando, magari in maniera paradossale ed esagerata, del fatto che è stato facile per Socrate o Platone o Michelangelo essere i migliori nei rispettivi campionati dei filosofi o dei pittori/scultori: erano gli unici!

 

È una tesi estrema ma non è poi così semplice confutarla, anche se sarei grato che qualcuno lo facesse.

Ha anche un senso economico: ai loro tempi molte meno persone erano educate e avevano accesso al loro livello di istruzione. Loro non erano privilegiati: erano oltre. E lo dico senza voler essere polemico: non avrebbero potuto fare altrimenti perché, come accade per ogni generazione, il contesto sociale ed economico è definito da quelli che lo vivono e li definisce a sua volta. Il loro vantaggio era, appunto, numerico. Erano destinati per le condizioni a margine in cui vissero a eccellere. Ed erano pochissimi. Facile no? (erano comunque straordinari artisti — ribadisco: oggi la qualità media è elevatissima ma il contraltare è che le eccellenze praticamente non esistono più).

 

No, ho troppo rispetto per la cultura classica per pensare che sia stato facile. A differenza di noi, umanità del 21° secolo, loro non solo pensarono e crearono cose ed idee ma lo fecero per la prima volta. Un’altra tesi che mi è cara è infatti che noi siamo solo dei remixatori più o meno bravi. Che non inventiamo niente ma che riassembliamo cose fatte da altri in altre forme. Un po’ come un pezzo hip hop che usa un campionamento di una traccia degli Isley Brothers e la remixa con Beethoven. Noi abbiamo mangiato, masticato e digerito — più o meno bene — una quantità formidabile di cultura. Anche ottima cultura, non si discute, ma pur sempre tanta. Forse troppa, chissà.

 

Siamo bravi (per una volta, al diavolo la falsa modestia, mi ci metto pure io) ma il problema non è questo: il problema è che siamo troppi.

 

Un altro paradosso economico della nostra epoca è che la soglia d’accesso ai mezzi espressivi, grazie alla rete e al digitale più in genere, si è democraticizzata. Tesi ormai nemmeno da dimostrare: è un dato di fatto. Ecco perché tantissimi talenti sono facilmente accessibili: chiunque può mostrare le proprie capacità, senza intermediari.

 

Il problema è però ancora una volta economico: l’offerta è abbondante, persino troppo. E il valore dell’unità tende a deprezzarsi sempre di più. Forse il limite estremo verso cui stiamo tendendo è che la qualità media continuerà a elevarsi sino a forgiare persone molto più preparate delle stesse che le hanno formate ma in un numero così elevato da non essere capace di creare concentrazioni di intelligenze o di capitale (intellettuale o economico).

 

Forse, ma la butto lì, il capitalismo è esploso e stiamo assistendo a una sua frammentazione e dispersione nell’etere del mercato. La ricchezza si è infine distribuita non in unità monetarie ma in un pulviscolo valutario. Ma siamo sempre di più e la merce di scambio non è più apprezzata secondo la moneta corrente ma per il suo valore intrinseco e creativo: mi servi perché sai fare una cosa che io non so fare.

 

Con un piccolo dettaglio, quasi a corollario: che gli omologhi/consumatori di questo mercato non avranno da offrire alcuno scambio monetario a fronte di una prestazione. Forse la direzione in cui stiamo andando è anche uno dei modelli economici più antichi del mondo: si chiama baratto, solo che questo sarà di tipo intellettuale.

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