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Oltrestoria

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Oltrestoria

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Jerry Seinfeld dice che tutti gli uomini si vestono nello stile dell’ultimo anno buono che hanno vissuto.

È una battuta, ma come tutte le buone battute, è anche una teoria, o la base di una teoria. Una battuta non si spiega e funziona solo se suscita il sorriso e disvela meccanismi e contraddizioni della vita. Resta che nella vita di quell’uomo – e di tanti simili a lui, a noi – c’è stato un anno in cui si sentiva a posto, in cui il suo stile gli sembrava giusto, e ha deciso di fermarsi lì. Da quel momento in poi, il mondo ha continuato a cambiare. Lui no.

I luoghi funzionano allo stesso modo. O meglio: l’osservazione di Seinfeld è uno spunto utile ma parziale, perché l’uomo rimasto fermo si limita a congelarsi in un ricordo, mentre i luoghi compiono un salto qualitativo diverso.

C’è un caffè a Barcellona che mi ha fatto ripensare a questa osservazione di Seinfeld. I comici osservano, i bravi comici ti dicono che parte del loro lavoro è osservare. Molti comici stanno seduti al caffè e osservano, annotano, distillano e portano al paradosso ciò che hanno registrato. La scrittura è l’ultima parte del loro lavoro: quella più visibile e anche quella che gli impegna meno in termini materiali. Ogni pagina è scritta in un tempo misurabile e negli incommensurabili momenti che hanno portato a quel momento, quello della scrittura.

Joseph Conrad diceva “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando sto alla finestra a osservare in realtà sto lavorando?” e diceva un po’ la stessa cosa. Il materiale dello scrittore nasce dall’osservazione, quello del giornalista dall’ascolto. Eccetera.

Questo caffè non è antico. Non è storico nel senso in cui lo è una cattedrale o un palazzo del Settecento. È un moderno invecchiato: lo stile di quando è nato si intuisce ancora, ma non si riesce a collocarlo con precisione. Potrebbe avere quarant’anni. Forse cinquantacinque, sessanta. Non saprei, e non importa.

Quello che importa è che è rimasto identico a se stesso. È come se il tempo fosse passato per tutti ma per questo caffè no. È cambiato nei dettagli dell’arredo, la cassa ora è moderna e le sedie probabilmente sono state sostituite un po’ alla volta ma la patina del tempo, delle sigarette che una volta ci si poteva fumare dentro e delle migliaia di avventori ed avventrici che ha ospitato è sospesa in una dimensione fuori dal tempo.

A poche centinaia di metri ci sono altri locali: uno è minimalista, ordinato, curato. Non si può dire che non sia bello, eppure non ha il carattere di quel caffè. Ce l’avrà solo a patto che, a un certo punto della storia, sia in grado di fare un salto laterale fuori dalla linea temporale e restare lì, a osservare il fiume del tempo senza bagnarvisi mai. Ma per ora è un locale che potrebbe essere a Dubai, a Toronto, a Seoul. Ha quello che chiamerei uno stile continentale – nel senso della continental breakfast, quella colazione che finisce per essere uguale ovunque. Uno stile che non appartiene a nessun posto è, per definizione, uno stile che non ha posto.

I luoghi attraversano fasi.

Nascono in stile, allineandosi all’estetica del loro presente. Poi invecchiano e entrano in una zona grigia: i trenta, quaranta, cinquant’anni in cui non sono più contemporanei ma non sono ancora storici. Non si riesce a dire di che epoca siano. Non hanno ancora la dignità del passato remoto ma non hanno più la freschezza del nuovo. È in questo lasso temporale che la maggior parte di loro viene rifatta, aggiornata, svuotata. Arriva un proprietario nuovo, un architetto, si sceglie un colore neutro e un’illuminazione a led e tutto ricomincia da zero.

I pochi che sopravvivono a quel limbo senza trasformarsi accedono a qualcosa di diverso. Non diventano storici nel senso tradizionale, dato che non appartengono a nessun libro di storia dell’architettura, non sono classificabili in uno stile preciso. Diventano altro.

Diventano oltrestorici.

Nessuno ha deciso di preservarli: è successo per inerzia, per una concatenazione di cause ed effetti che nessuno ha pianificato: il proprietario non aveva soldi per ristrutturare, poi ci si è abituati così, poi i clienti erano già affezionati, poi sarebbe costato troppo cambiare, poi il quartiere è cambiato intorno e il locale è rimasto, identico a se stesso. Un sistema complesso in miniatura.

Ed è per questo che non si può simulare. Il locale vintage-chic che nasce già “d’epoca” è l’opposto: è una scelta deliberata che mima l’esito senza attraversare il processo, che accelera l’invecchiamento o colloca uno stile passato in un contesto culturale che l’ha superato. Manca tutta la stratificazione caotica che rende autentica la patina, manca il processo. L’esito non può ignorare il processo.

Carlo Rovelli dice che il tempo non è una grandezza fisica fondamentale. Non appare nelle equazioni della gravità quantistica. Ciò che chiamiamo tempo è un effetto emergente: è prodotto dall’entropia, dalla nostra posizione di osservatori dentro un sistema che cambia. Se non osserviamo cambiamento, la misura non ha oggetto.

Sul piano della percezione fenomenologica, i luoghi oltrestorici non sfidano il tempo: lo rendono semplicemente irrilevante. L’entropia fisica continua ad agire sulle cose, ma la nostra mente smette di registrarne lo scorrere perché il luogo ha smesso di aggiornare i suoi codici estetici. Il caffè di Barcellona non resiste al flusso ma lo lascia scorrere accanto a sé.

Qui sta la differenza con la longevità. La longevità è resistenza dentro il tempo: la quercia secolare cambia ogni stagione, accumula anelli, perde rami. Perdura ma non smette di essere modificata. Più sottile, e forse più importante, è la distinzione tra “oltrestoria” ed “eternità”. L’eternità – quella dei numeri primi, o di Dio in Boezio – è una condizione che nega il tempo: ne sta fuori, come un osservatore assoluto che non ne è mai toccato, che non lo contempla nemmeno come categoria. L’oltrestoria, invece, non nega il tempo: lo rende irrilevante. È una differenza di postura.

L’eternità guarda il tempo dall’alto, da una prospettiva che lo supera e lo annulla mentre l’oltrestoria sta comunque dentro il tempo, ne è attraversata, ma ha smesso di esserne modificata. È come una roccia in un fiume: l’acqua scorre intorno, la bagna, la lambisce, ma non ne cambia la forma. La roccia è nel flusso, ma il flusso non la riscrive.

Ecco: l’oltrestoria non è un’evasione dal tempo, ma una convivenza con esso che ha tagliato il cordone della dipendenza. Il caffè di Barcellona non è eterno: le sue sedie si usurano, la luce cambia, gli avventori vanno e vengono. Ma il suo essere – la sua identità profonda – non è più in balìa del presente. Non è fuori dal tempo: è semplicemente oltre la sua portata trasformativa.

Venezia è il caso limite. Il caso che rivela tutto. Venezia non è ferma nel tempo. “Il tempo qui si è fermato” è una formula abusata e imprecisa. Venezia distorce il campo spazio-temporale. A Venezia hai davvero tutto il tempo del mondo. Non perché le ore siano più lunghe ma perché il sistema di riferimento condiviso smette di funzionare. Non c’è traffico, non ci sono auto, non ci sono i ritmi meccanici della città moderna. C’è il tempo di Venezia, quello che decide lei.

Venezia non è un museo: un museo appartiene al tempo corrente, conserva e protegge ma resta nel presente. A differenza del caffè di Barcellona, dove l’inerzia nasce da un fatto micro-economico o casuale, a Venezia l’inerzia è una forza sistemica, geografica e monumentale. L’esito però è analogo: Venezia è nel sistema di riferimento temporale condiviso ma sta come quella roccia nel fiume: non ne è più modificata. E quando ci entri, ti restituisce qualcosa che il mondo ti aveva sottratto senza che te ne accorgessi: il tuo tempo. Il suo tempo diventa il tuo tempo, il tempo dell’oltrestoria di Venezia si sincronizza con un tempo interiore che non sapevi esistesse.

Venezia cambia – lentamente, nella sostanza dei suoi abitanti più che nella forma dei suoi canali. Ma ha raggiunto una soglia oltre la quale il cambiamento non riesce più a toccare la sua identità fondamentale. È ancora nel flusso ma il flusso non la riscrive, non la muta.

C’è una soglia, dunque. Molti luoghi non la superano mai. Non perché vengano distrutti, ma perché vengono modificati nel momento sbagliato, cedendo a un nuovo stile corrente e perdendo la loro identità. Se non superano la soglia, restano nel flusso della storia e sono destinati a farsi modificare ancora, fino a scomparire. Si allineano al presente e perdono la possibilità di superarlo. Restano nello stile, che è un altro modo per dire dentro il tempo.

I luoghi che attraversano la soglia smettono di essere giudicati rispetto al presente e diventano loro stessi un riferimento. Non appartengono a un’epoca ma la attraversano e stanno dall’altra parte.

La cairotopia – dal greco kairos, il tempo opportuno, quello giusto, diverso dal chronos che è il tempo che semplicemente scorre – è una parola che ho inventato per definire un luogo in cui il kairos si cristallizza nello spazio: un posto che porta in sé la possibilità di un certo tipo di incontro o esperienza che non è riproducibile altrove.

Credo che l’oltrestoria sia la condizione che rende possibile la cairotopia. Il rumore di fondo del chronos ordinario satura l’attenzione e ci costringe al suo ritmo. L’oltrestoria, creando una sacca di decompressione temporale, libera lo spazio percettivo necessario affinché possa manifestarsi il kairos. Un luogo che continua ad aggiornarsi, a inseguire lo stile corrente, non accumula quella carica. Stare nel tempo gli rende impossibile superarlo.

I luoghi oltrestorici sono cairotopici per struttura, non per caso.

Torniamo all’uomo di Seinfeld, per un momento.

Anche lui si è fermato. Ma la differenza è che lui aveva un anno buono soggettivo – un picco personale – e lì si è bloccato senza attraversare nessuna soglia. Forse la sua è una forma di inerzia e di pigrizia, forse è anche una forma di saggezza: si è arreso al tempo e ai cambiamenti che comporta, e gli oppone una labile resistenza: dichiara di non voler cambiare, vuole restare nell’ultimo anno buono che ha vissuto. Ma a ben vedere è rimasto nel limbo, vestito come se il tempo non fosse passato ma senza diventare un riferimento per nessuno. Non è oltrestorico: è semplicemente fermo.

Il che suggerisce che l’oltrestoria non è disponibile per tutti i luoghi, e forse non è disponibile per le persone. O lo è ma raramente, e per lo più senza che lo sappiano. Ci sono persone che diventano un riferimento indipendentemente dall’epoca – ma sono poche, e di solito ci arrivano per la stessa ragione dei luoghi: non perché abbiano scelto di fermarsi, ma perché una concatenazione di cause ha prodotto qualcosa che nessuno aveva pianificato. Ma chi cambia esteriormente mantenendo un nucleo saldo appartiene alla longevità. L’oltrestoria umana, se esiste, appartiene solo a chi sradica i propri codici dal presente fino a risultare contemporaneo a qualunque epoca.

Quella dell’uomo di Seinfeld è nostalgia, e la nostalgia guarda indietro, mentre l’oltrestoria non guarda da nessuna parte perché ha smesso di muoversi nella direzione del tempo. E non conserva nemmeno: i musei conservano, i luoghi oltrestorici semplicemente esistono.

Ne abbiamo bisogno perché produciamo sempre più cose che non possono invecchiare. Non perché siano mal fatte (spesso sono bellissime) ma perché sono progettate per essere sostituite. L’obsolescenza non è solo economica: è ontologica. Toglie alle cose la possibilità di attraversare la soglia, di diventare qualcosa di diverso da ciò che erano alla nascita.

Un luogo che non può invecchiare non può diventare oltrestorico. Può solo essere nuovo, poi non più nuovo, poi cessare di esistere. Il fatto di essere “nuovo” e “più nuovo” lo colloca già in un riferimento temporale mentre l’oltrestoria non appartiene al tempo.

E così il mondo si riempie di posti che hanno uno stile ma non hanno luogo. Che hanno superficie ma non sostanza. Che sono belli ma non sono da nessuna parte. Che esistono nel tempo senza mai superarlo.

Mentre a Barcellona, in quel caffè, il tempo scorre fuori dalla vetrina. Dentro, è un’altra cosa.

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