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Ambiguità

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Uno dei pensieri che faccio quando prendo un aereo è se ci avranno messo abbastanza carburante. Anzi: prima di questo mi chiedo dove mettano tutto il carburante e so che è nelle ali ma mi sembrano così sottili e così strano metterlo proprio lì, che mi stupisco sempre a pensare che invece è il posto migliore dove metterlo. 

Quando ho letto la storia del volo Air Canada 143 quindi ho pensato subito “Ecco, lo sapevo”. Era il 23 luglio del 1983 quando i piloti di quel volo in servizio fra Montréal ed Edmonton, a 12.500 metri di altitudine, si resero conto di essere rimasti senza carburante. L’altitudine elevata può suggerire almeno due cose: erano in piena crociera e non stavano atterrando, quindi il carburante era finito molto prima del previsto. Come era potuto succedere? L’indagine chiarì che si era trattato di un equivoco nato dal malfunzionamento dello strumento che segnava la quantità di carburante. Per completare il rifornimento, si decise di procedere manualmente con un’asta graduata che misurava il carburante in libbre mentre i piloti si convinsero che si trattava di chilogrammi, portandoli a credere che il carburante fosse sufficiente mentre i serbatoi erano pieni solo per meno della metà. 

L’ambiguità di due sistemi di misura – o la loro non collimazione – avrebbe potuto causare un incidente molto più grave di quello che si risolse fortunatamente con un atterraggio senza motori nell’ex-aeroporto militare di Gimli (da cui l’altro nome con cui è noto l’incidente, ossia “Gimli Glider”, da Gimli e Glider, cioè aliante, dato che il volo atterrò senza motori) convertito in pista automobilistica, che non si risolse in tragedia solo perché uno dei due piloti aveva già volato con alianti e quindi aveva esperienza di volo senza motore. Lo stesso pilota raccontò che al momento dell’atterraggio di emergenza sulla pista c’erano persone, fra cui due ragazzini in bicicletta che si trovarono a non meno di 300 metri dal punto di contatto fra la pista e il Boeing 767, talmente vicini da aver incrociato il loro sguardo terrorizzato con quello del pilota.


Non voglio però parlare di tragedie aeree. Mi interessa di più notare che questo incidente fu dovuto alla lettura di un linguaggio e al fatto che due sistemi di misura (cioè, alla fine, due linguaggi) avessero tratto in inganno i piloti. L’ambiguità ben nascosta dietro la certezza che quel numero indicasse una certa grandezza mentre ne indicava un’altra molto più contenuta, aveva generato un errore che per poco non fu molto più tragico.

La quantità di linguaggi può creare confusione, specie quando se ne usano di diversi per indicare le stesse cose (come nel caso dei sistemi di misura, come nel caso del volo Air Canada 143) ma lo stesso linguaggio usato come strumento di comunicazione fra persone che lo intendono e lo posseggono può comunque generare equivoci. La bellezza del linguaggio è insomma la sua ambiguità, quella vibrazione che si crea quando lo si usa, in forma scritta o parlata. 

Parlando di ambiguità del linguaggio – non solo di quello parlato o scritto ma di quello che Barthes avrebbe definito l’impero dei segni (pur riferendosi in quel caso al Giappone). Il linguaggio non è solo quello parlato e codificato nelle grammatiche ma è, per estensione, tutto ciò che cogliamo nella realtà e che non rimanda ontologicamente alla realtà stessa ma a un sistema più sfuggente e astratto: quello di significati che diamo alla realtà.

Il linguaggio non è quindi un mezzo privo di errori: non è preciso per chi lo usa né per chi lo legge o l’ascolta. Nel linguaggio, come nella realtà, ognuno ci vede quel che vuole o riesce a vederci. Questa vibrazione e questa imprecisione sono misurate in livelli di ambiguità, gli stessi che si verificano quando chi scrive o dice qualcosa intende qualcosa che viene recepito diversamente da chi legge o ascolta.

Questo accade solo perché il linguaggio è uno strumento impreciso? Forse, ma credo sia anche dovuto al fatto che si tratta di un sistema applicato alla realtà. Ogni linguaggio è una possibile descrizione di qualcosa, il che significa che è una versione della realtà, o meglio una sua immagine: non è la realtà, assumendo che questa esista.

È un limite del linguaggio? In un certo senso sì, ma ogni limite definisce campi più ampi, delimita ciò che è dentro e ciò che è fuori, introduce una possibile configurazione della realtà, un suo racconto, alludendo al fatto che ve ne sono molti altri. Ogni linguaggio – anche se universale, diffuso e compreso – è una possibile realtà, è una maschera applicata, è qualcosa che rende riconoscibile e descrivibile la realtà. 

Un altro aspetto entusiasmante del linguaggio è la sua interpretazione, o il fatto che in quanto descrizione di qualcosa o storia diventa un oggetto mentale: ha un inizio, qualcosa in mezzo e una fine. Come ogni oggetto mentale può quindi essere analizzato indipendentemente da ciò che descrive, ha insomma una sua autonomia. Ogni storia racconta qualcosa ma diventa anche una storia in sé, qualcosa che ha una forma. È evidente nel come sono raccontate alcune storie e lì risiede la bellezza matematica di quelle meglio raccontate: nella cristallina qualità della loro costruzione. 

Mi capita guardando un film o leggendo un libro particolarmente ben raccontati: contemporaneamente allo svolgersi dell’azione e all’ascolto del racconto non posso non notare l’architettura della costruzione. Bisogna aver letto molte storie e aver visto molti film ma alla fine la mente opera automaticamente questa analisi: perché Le Nozze di Figaro iniziano con una serie numerica? Perché i piani narrativi di Dunkirk sono sovrapposti, invertiti, sfalsati? Perché le storie lineari sono noiose mentre quelle che usano diversi ritmi e intrecci sono più interessanti? Per almeno due motivi: perché la mente è più sfidata da una storia che è imprevedibile nel suo svolgimento (vuole sempre stupirsi) e perché, semplicemente, si può farlo. Perché? Perché la storia e il linguaggio non sono la realtà. Vivono in questa ambiguità che non serve a disorientare ma anzi ad arricchirla di significato. Il fatto che il linguaggio non dica tutto non significa che non dica niente ma piuttosto che apra spiragli, faccia intravedere altre dimensioni, alluda. Per chi sa vederci e cogliere qualcosa, naturalmente. Fermo restando che quando fai rifornimento a un a Boeing 767 è meglio essere sicuri di quanto carburante ci stai mettendo dentro.

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