Norwegian Wood

È una famosissima canzone d’amore dei Beatles. Sicuri che sia d’amore?

Se dovessi dire perché Norwegian Wood dei Beatles è una canzone stupenda non saprei indicare un solo motivo. Ce ne sono molti e diversissimi fra loro: lo è musicalmente, lo è per le parole, lo è per ciò che evoca.

 

 

La musica

La forma della canzone nasce storicamente dalla messa in musica di parole. Potevano essere poesie, un motivetto, una storia. Se ne hanno tracce fin dal medievo anche se l’origine viene fatta risalire ai romani o addirittura agli egizi. Isolando gli elementi quindi, una canzone è definita dalle parole e dalla musica.

 

Norwegian Wood è musicalmente interessante perché la melodia è suonata con il sitar, non con una chitarra o uno strumento normale per l’orecchio occidentale. Però parla di qualcosa di cui si dà una definizione geografica precisa già dal titolo: parla di legno norvegese.

 

Il fatto che la musica sia strutturata su una dislocazione culturale così potente stimola un meccanismo mentale dissociativo: siamo a Londra o forse a Oslo, ma l’eco della melodia ci porta altrove, a migliaia di chilometri di distanza. Amo le cose che mi pongono delle sfide. Amo ancora di più quelle che le pongono in maniera gentile: la melodia di NW è pur sempre bellissima, non m’importa che sia suonata con il sitar.

 

(il fatto che ci sia il sitar poi è forse accidentale: George Harrison stava imparando a suonarlo proprio in quel 1965 quindi è probabile che abbia voluto mettercelo perché l’idea gli piaceva, anche se non c’entrava geograficamente)

 

Le parole

Puoi ascoltare distrattamente NW e amarne la struttura musicale ma quando presti attenzione alle parole capisci perché è una grande canzone: sono semplici, sono intime ma raccontano una storia.

 

 

Ogni bella canzone racconta una storia

 

 

Ed è una storiella molto semplice quella di NW: racconta di lui che conosce una ragazza e va a casa sua. Lo dice fin dall’inizio, ma non in maniera trascurata o come se fornisse un dettaglio che contestualizza e basta:

 

 

I once had a girl
Or should I say she once had me

 

 

“Once”. Comincia come tutte le storie: una volta. “Una volta avevo una ragazza”. Si può intendere nel modo più diretto, cioè “avevamo una relazione” o nel senso che il protagonista l’aveva incontrata. Ma subito dopo questa relazione normale fra due esseri umani viene invertita: “O, forse dovrei dire, lei aveva me”. Il protagonista, o meglio chi esercita una qualche forma di potere in questa storia, è la ragazza, non è chi racconta, che comunque riconosce che in questa relazione è lei a decidere, non lui. Fin dall’inizio: esposizione di una relazione, contraddizione immediata=punto di vista cambiato improvvisamente. Chi ascolta pensa di aver capito come stanno le cose ma subito dopo gli viene detto che no, le cose non stanno proprio così.

NW è la narrazione di una continua serie di eventi imprevedibili, pur all’interno di una storia dalla struttura semplicissima.

 

Non succede molto altro, apparentemente.

 

 

She showed me her room
Isn’t it good Norwegian wood?

 

 

Lei gli mostra la sua stanza e di questa dice solo una cosa, un dettaglio: “Non è buona/solida/bella? È in legno norvegese”, sottintendendo che deve esserlo e deve per forza piacergli, perché è legno di ottima qualità.

 

Lui annuirà — non è dato saperlo — e lei gli dice di stare da lei e di sedersi dove vuole. E lui ora nota un dettaglio: non ci sono sedie in quella stanza. Quindi si siede sul tappeto e beve del vino.

 

 

She asked me to stay
And she told me to sit anywhere
So I looked around
And I noticed there wasn’t a chair

I sat on the rug biding my time
Drinking her wine

 

 

Quello che fin lì è accaduto in pochissimo tempo (primo tempo: conoscersi/andare a casa di lei/ scambiare qualche parola sulla stanza/sedersi a bere vino) si dilata per ore (secondo tempo):

 

 

We talked until two and then she said
“It’s time for bed”

She told me she worked
In the morning and started to laugh
I told her I didn’t
And crawled off to sleep in the bath

 

 

“Parlammo fino alle 2 e poi lei mi disse: ‘È ora di dormire’” perché il giorno dopo doveva lavorare. Lui è ormai un soggetto reso totalmente passivo o dal desiderio di averla (il sottotesto sessuale non è mai esplicito ma è lecito intravederlo) o dal vino. Risponde solo “Io no”, nel senso che lui non deve lavorare.

 

Ma, come non ci sono sedie, non c’è nemmeno un letto abbastanza grande o comunque lei non ha intenzione di dividere il suo con lui e quindi gli dice di accomodarsi in bagno, dove lui si addormenta, presumibilmente ubriaco, forse nella vasca da bagno.

 

Il mattino dopo (terzo tempo) lui si sveglia e scopre di esser solo.

L’uccellino se n’era andato”. Quanta tenerezza in queste parole: la ragazza come un uccellino. Ma sul finale arriva la vera punch line, che, ancora una volta, rovescia completamente il punto di vista e spiazza completamente:

 

 

So I lit a fire
Isn’t it good Norwegian wood?

 

 

Lasciato solo, presumibilmente al freddo, dopo avergli fatto pensare che si sarebbe fatto qualcosa per un’intera serata, senza dargli nemmeno una sedia dove star comodo e dopo averlo spedito a letto come una mamma o una superiora di un collegio svizzero, il nostro cantore riguadagna lo status di protagonista:

 

 

Accesi il fuoco
in fondo era un ottimo legno norvegese, no?

 

 

Una potenziale storia d’amore alla quale ci si poteva appassionare per identificazione diventa il racconto di una frustrazione e di una vendetta finale. Il tutto in poco più di 2 minuti. Geniale. Geniale anche perché non solo racconta una storiella, ma per la qualità intrinseca di questa storiella che, nella sua semplicità e familiarità, è fatta di continui cambi di punto di vista, di stravolgimenti della percezione e di piccoli colpi di scena. Fino al finale: non è una storia d’amore ma di vendetta, anche se molto british: ah, è ottimo legno norvegese? Sì, in effetti brucia molto bene.

 

Il potere evocativo

Agli uomini piacciono le storie perché ci si possono identificare. Gran parte delle canzoni che si sentono oggi non raccontano niente o esaltano un amore ideale attraverso le qualità dell’amato/amata. Esaltazione alla quale io reagisco in maniera sempre più annoiata. Non mi interessa che il tuo sia un amore bello e perfetto caro cantore: l’amore e la perfezione sono noiosi e molto personali, quindi doppiamente noiosi. La tua storia invece può essere interessante, a patto che tu ce l’abbia e la sappia raccontare. Allora ti ascolterò. Le tue parole devono avere una qualità e soprattutto una struttura letteraria. Se poi la tua storia è capace di farmi credere una cosa e cambiare completamente le carte in tavola come in NW allora sei a un livello superiore, quello a cui attingono i comici, ma solo quelli più bravi: la capacità di servire delle punch line che arrivano da dove non te le aspetti, ti spiazzano e ti fanno sorridere. O almeno ti mettono in una condizione di instabilità e quindi di movimento: devi interpretare, devi capire. Come il sitar in una canzone occidentale. Come il legno norvegese in una canzone di (apparente) amore. Perché il sitar? Perché il legno norvegese?

 

La musica è letteratura

A proposito di qualità letteraria di un testo musicale, uno dei miei esempi preferiti è il primo verso di “Oh, What a World” di Rufus Weinwright. È il massimo del minimalismo e il massimo del potere evocativo, in un solo verso!

 

 

Men reading fashion magazines

 

 

Si può dire di più con meno? Credo di no, almeno non in meno di quattro parole. Uomini che leggono riviste femminili. Tutto qua? Tutto qua, ma pensa a cosa evoca: ancora una volta, uno spiazzamento. Se quegli uomini avessero letto delle riviste il verso avrebbe fornito solo un elemento contestuale: nella scena ci sono degli uomini che leggono, fine. Ma questi leggono riviste femminili. E sono uomini. Perché? Cosa succede adesso?

 

Se ogni parola di un testo o di una canzone ti interroga sul cosa succederà dopo, quel testo racconta una storia e io la voglio conoscere.

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