Il rugby

Scritto da uno che non ci capisce niente

Che il rugby sia diverso dal calcio praticamente in ogni suo aspetto è cosa nota: dalla forma della palla a quella dei suoi giocatori — oltre che ovviamente alle regole e al campo — non c’è niente che li accomuni. E per fortuna.

 

Se si dovesse ridurre ad un grafico una partita di rugby questo sarebbe composto da tratti lineari più o meno lunghi e da cuspidi più o meno pronunciate. Le cuspidi sono le azioni, i tratti lineari sono i momenti in cui il gioco è fermo. O apparentemente fermo: perché si discute con l’arbitro, perché si gioca una touche, perché ci si contende una palla. Si è capito che non ne so niente di rugby? Non ne so niente. Ho visto poche partite in tutta la mia vita ma ne ho sempre amato lo spirito, fuori e dentro il campo. E la strategia e la visione di gioco. Il fatto che la linea della meta sia guadagnata passando la palla all’indietro invece che in avanti, come se allo sforzo dell’avanzare si aggiungesse un impedimento artificiale: non è magnifico? È come autosabotarsi (anche se c’è un motivo e lo so e me l’hanno spiegato ma non lo ricordo — non so niente di rugby, ripeto).

 

 

Nel rugby non si procede mai linearmente, ma per lievi avanzamenti che obbligano a guardare al passato, per costruire il futuro. Sai che l’obiettivo è là in fondo, sempre più vicino, ma sai che molteplici ostacoli ti separano dal raggiungerlo. E che puoi superarli solo con i tuoi compagni. Per questo è forse uno sport molto più di squadra di tanti altri: senza la squadra nessuno primeggia. Uno va in meta ma ci va per il lavoro di squadra, non perché come un attaccante di calcio è partito da metà campo e ha scartato chiunque. Deve costruire l’azione assieme a tutti gli altri, ne ha bisogno. Non esiste (non credo che esista) un attaccante nel rugby: qualsiasi attaccante verrebbe abbattuto dopo 3 passi, con una serie di implacabili e mortali placcaggi.
Invece per andare in meta devi usare la strategia, costruire il gioco, spingere e sfondare a volte.

 

 

Un gioco sincero, più umano, più vero

L’analisi del grafico di una partita di rugby assomiglia moltissimo alla vita: momenti di felicità in cui le cose funzionano (la squadra è in azione in un moto armonico) e brusche interruzioni. Meditazioni (touche o mischie), non calme come una meditazione trascendentale ma comunque attimi di concentrazione e focalizzazione molto intensi.
Non è un gioco esteticamente bello e fluido come il calcio o la pallavolo ma nella sua forte fisicità riesce ad essere più reale e vero della vita stessa. Anzi, è come la vita: non è fluido per niente, non permette allo spettatore di capire esattamente cosa succede in certi momenti in campo (della mischia si vede l’esito, quando l’ovale viene espulso ma non si può vedere cosa accade all’interno della mischia stessa).

 

Ogni centimetro conta

C’è quel famoso monologo di Al Pacino coach di una squadra di football americano in Ogni maledetta domenica (che va bene anche per il rugby, mi sia concesso) che incita i suoi giocatori:

 

La vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo.
Perciò o noi risorgiamo adesso come squadra, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?
 
 
Nel rugby conta ogni centimetro e ogni centimetro te lo conquisti con sforzi immani e superando ostacoli sconosciuti a giochi che di fisico hanno molto meno o pochissimo.
 
Credo sia anche questo che rende molto più umani e simpatici i giocatori di rugby: non possono mai dimenticare che ogni centimetro conta, che ad ogni passo puoi essere abbattuto e che non sei solo, mai.
 
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