Non è il libro per te

E va benissimo così

Si narra che un giorno Jorge Luis Borges fu fermato per strada da un uomo che gli disse che non gli era molto piaciuto il suo ultimo libro. Borges gli rispose:

 

Non c’è problema, non era stato scritto per te.

 

Dietro l’apparente sprezzo di Borges c’è in realtà una grande umanità e un’ancor più grande verità: non tutti i libri vanno bene per tutti, ci sono libri che piacciono ad alcuni e non piacciono ad altri, non c’è niente di male a non amare o addirittura non sopportare un libro che non ci piace.


Siamo vittime del feticismo del libro che è in parte indotto dall’educazione e in parte autoindotto (alcuni ne sono immuni, altri fieramente immuni): siccome ci hanno sempre ripetuto che leggere è importante e forma il carattere e ti fa imparare tante belle cose, il non leggere ci dovrebbe trasformare automaticamente in creature abiette e bestiali.


Come nota Austin Kleon inoltre, questa constatazione ne porta con sé un’altra ancor più interessante: un libro che non ci è piaciuto a 20 anni potrebbe piacerci a 40 perché noi stessi siamo composti da diversi “noi stessi”: il “noi stessi” dei 20 anni è diverso o può essere diverso da quello dei 40 e quindi ciò che non ci piaceva allora può piacerci adesso e viceversa.


A vent’anni per esempio divoravo Thomas Bernhard; ora lo sto rileggendo con una certa fatica. Forse l’impeto e la dislocazione della gioventù si sono stemperati e la pacatezza dei 45 anni trova meno corrispondenza nell’odio che spilla dalle righe di Bernhard. Oppure — ma leggendo più lentamente — vi scorge un velo filosofico e meditativo che la virulenza della prosa rischia di nascondere.


Oppure è un momento in cui ho meno voglia di leggere, tutto qua.


Infine

Il discorso si può estendere anche a come viene venduto il libro oggi (e ormai da tanti anni in Italia): se ci si fa caso, il marketing del nostro sempre più difficile mercato editoriale è basato su un tipo di comunicazione che mi auguro scompaia presto, e cioè quello del senso di colpa: in Italia si legge poco, gli italiani sono analfabeti, gli italiani leggono solo le istruzioni del nuovo cellulare ecc. A messaggi del genere il buon lettore reagisce sentendosi elevato e nel giusto e guardando con disgusto chi non legge o lo fa poco, oppure si sente in colpa pure per chi non alza la media nazionale dei lettori (come se dipendesse da lui). Ci sono buone possibilità che chi non legge del tutto se ne freghi di discorsi del genere, non si senta in colpa e faccia benissimo a farlo.


Il miglior modo per allontanare una persona dalla conoscenza e dalla cultura è dirgli quanto ignorante è e farlo sentire in difetto. Eppure è un modello perpetrato da decenni e corroborato dallo sprezzo di alcuni lettori sofisticati (o presunti tali) che inorridiscono leggendo chi c’è nelle prime posizioni delle classifiche dei libri più venduti.


Il libro è latore di un contenuto e il contenuto non è nobilitato dal fatto di trovarsi all’interno di un oggetto venerato come il libro.


L’abito non fa il monaco, il libro non fa un buon libro, con buona pace di chi è primo in classifica che, almeno, ha il merito di “costringere” decine di migliaia di persone a leggere qualche riga.


Paradossalmente la salvezza del libro potrebbe essere la perdita del libro: troppo spesso infatti il discorso è sull’oggetto più che sul suo contenuto, dimenticando che il libro è un tramite, un veicolo, appunto.


Più che quanti libri si leggono in Italia, è più interessante discutere di che tipo di libri si leggono, oppure iniziare a misurare — per quanto possibile — in che modo si legge oggi in Italia. Si legge in rete? Si leggono più riviste? Dobbiamo per forza stabilire una gerarchia d’importanza dei supporti?
Infine — ed è un consiglio che dà Borges stesso — “Se un libro ti annoia, smetti di leggerlo. Leggere deve essere un piacere”.
Leggere per forza un libro comporta solo che si sviluppi una perniciosa antipatia per l’atto di leggere che invece dovrebbe essere deliberato e gioioso perché, quando è fatto con convinzione e partecipazione, rimane sempre una delle cose più belle del mondo.


Forse l’edizione del Salone del Libro di Torino del 2020 sarà per forza di cose ispirata da queste priorità: non potendo più mostrare e dare in mano e vendere e comprare il libro fisico, si parlerà più di ciò di cui parlano i libri e come, piuttosto che dell’oggetto in sé. Su uno schermo di cellulare o di computer puoi far vedere la foto della copertina ma ciò che c’è dentro, che è poi la sostanza del libro e il motivo per cui è stato scritto, la devi raccontare a parole. O leggere, tutt’al più.

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