La verità, vi prego, sulla verità

È poi così facile e inequivocabile definire ciò che è vero e ciò che è falso?

 

un certo punto di “Prova a prendermi” di Steven Spielberg, il protagonista Frank — interpretato da Leonardo DiCaprio — dice “La gente crede in quello che gli racconti”. Lo dice per spiegare come avesse potuto farsi scambiare per pilota di aerei di linea senza avere idea di come se ne pilotasse uno ma la sostanza è che le persone non credono a ciò che vedono ma a cioè che vogliono vedere (o credere).

 

C’è qualcosa che viene spesso trascurato parlando della verità (che è una manifestazione della realtà): le cose non solo “sono” ma più spesso appaiono. Esistono nella realtà ontologica nella loro essenza ma quando questa viene recepita dalla mente subisce una trasformazione attraverso il filtro della percezione della realtà. Difficilmente — e il fenomeno vale per chiunque, tanto che nemmeno le menti più raffinate ne sono immuni — si riceve una verità senza rielaborarla e filtrarla. Quindi quella che riteniamo acriticamente una verità è qualcosa che la nostra mente ha validato come tale.

 

Si pensi per esempio al diverso peso che viene dato ai comportamenti sociali a seconda di chi coinvolgono. Il caso più frequente è quello dell’uomo o del partito politico: una notizia che riguarda un politico è valutata quasi sempre benevolmente da chi lo sostiene o criticamente da chi vi si oppone. Se un avversario politico è accusato di corruzione se ne chiedono le dimissioni, se lo è uno della propria parte politica si chiede cautela nel giudicare, si attende che i fatti si chiariscano e in genere non c’è la stessa fretta di condannare senza appello. Anche se i fatti che lo coinvolgono sono sostanzialmente simili.

 


Come ha osservato Alessandro Baricco in “The Game”, le fake news non sono notizie interamente false: hanno sempre un germe di verità che poi viene ammantato da strati di falsità. Sono, in altri termini, uno stadio molto spurio della verità. Quella che individualmente riteniamo la verità non è altro che una forma meno spuria di verità, o una fake news molto blanda.

Le notizie che diffondono ogni giorno i giornali e che vengono riprese dai social contengono quasi sempre un seme di verità ma la loro narrazione porta con sé elementi che travisano, specificano o deviano, nascondendo sempre di più la verità stessa.

 

L’atto della narrazione è il momento in cui si insinuano più elementi inquinanti nella verità. Le parole che compongono il racconto della verità sono quelle che la nascondono sempre di più agli occhi. Del resto le teorie del complotto — cioè una delle forme più sistematiche e complesse di paludamento o di fallace disvelamento della verità — sono ricondotte a una radice comune: quella del mito. Secondo alcuni, il racconto accomuna la mitologia alle teorie del complotto per via della loro radice comune, ossia la spiegazione dell’inesplicabile.

Forse la verità è troppo abbagliante per essere guardata a occhio nudo e allora le parole sono le lenti oscuranti che dobbiamo indossare per vederla. Ma, inevitabilmente, ce la fanno vedere parzialmente, solo nei suoi contorni, mai nella sua essenza.

 


volte, si diceva, anche persone dotate di grande intelletto non riescono ad accorgersi che la verità in cui credono è una menzogna. Basti pensare a quanti intellettuali di sinistra sono stati indulgenti verso le atroci realtà che venivano rivelate sulla Russia comunista.


Francis Fukuyama, che scrisse “La fine della storia”, racconta su Freakonomics di una cena presso il think tank conservatore American Enterprise Institute, durante la quale si stupì nel vedere persone che reputava intelligenti brindare per l’invasione dell’Iraq. Un’invasione che lui non aveva timore a definire scellerata e destinata a fallire. Come poi accadde. Possibile che anche persone che avevano accesso a informazioni non filtrate non vedessero la realtà?

La verità non è solo assunta dalla mente umana attraverso la percezione, ma viene anche fortificata dall’idealizzazione. Così come nella fase dell’innamoramento si minimizzano o annullano i difetti evidenti (e umanissimi) della persona amata, anche nel maneggiare la verità della realtà si trascurano inconsciamente o meno i lati oscuri o meno gradevoli. In questo modo il leader del proprio partito politico agisce sempre rettamente e se così non sembra si fabbriano molte giustificazioni per non ritenere rilevanti suoi comportamenti non specchiati.

 

La mente umana non deve solo ricevere la verità ma deve sostanziarla e convalidarla. Pertanto la deve ritenere pura e ogni elemento che la mina è scartato e non considerato.

 

Uno degli aspetti più interessanti e meno evidenziati della serie televisiva Breaking Bad è l’interpretazione della verità. Lo spettatore conosce ogni elemento della narrazione e sa perché Walter White agisce in maniera criminale ma assiste anche a come lui riesce ogni volta a declinare la verità: la realtà non è mai, ma appare, e lui fornisce sempre chiavi di lettura che fanno sembrare il suo comportamento legittimo.

 

La verità non è autoevidente, ma solo percepita. O fatta percepire, da una mente particolarmente brillante come quella di White.

 

Si crede a quello che ci viene raccontato, che è un altro modo per dire che si crede a quel che si vuol credere. Se il racconto è plausibile, allora deve essere coincidente con la realtà. Ritorna sempre “il racconto”, che è il veicolo attraverso il quale la verità si propaga, che sia quella del mito, della cospirazione o del racconto giornalistico.

 


La mente è un meccanismo: accetta certe cose e ne rifiuta altre. Riceve e rielabora. Il veicolo è, come si è visto, il racconto. La parola porta la verità e la introduce nelle menti.

Per Espen Stoknes è un economista e professore norvegese. Nei suoi studi si è interrogato sul perché la percezione dell’urgenza e del pericolo dei cambiamenti climatici non abbiano ancora prodotto un movimento mondiale capace di fare pressione sui politici per ottenere che le regole del gioco siano cambiate. Che qualcosa nel clima sia cambiato è chiaro anche ai più fervidi negazionisti ma, spiega in un TED Talk, i meccanismi mentali che riescono a minimizzare l’impatto di una verità così potente sono molteplici: c’è la percezione della distanza del fenomeno (lo scioglimento dei ghiacci non è vicino alla maggior parte della popolazione terrestre), l’idea che individualmente si sia ininfluenti (è qualcosa di troppo grande e non ci posso fare niente) e infine l’accettazione che siamo tutti condannati. Tutti questi trattamenti della verità la allontanano dal nostro campo visivo mentale, e non a caso sono definiti “difese della mente”. La verità è abbagliante, no?

 

Secondo Stoknes un modo per ingannare la mente in senso positivo è farla agire a favore della verità facendole credere che sta facendo altro. Un esperimento da lui condotto richiedeva a migliaia di famiglie divise in quattro gruppi di risparmiare sul consumo energetico delle proprie case. Al primo gruppo veniva richiesto di farlo per l’ambiente, al secondo per i propri figli e discendenti, al terzo veniva mostrato quanto risparmiavano in termini economici, l’ultimo veniva paragonato ai vicini. Quest’ultimo si rivelò essere quello che risparmiava di più. Introdurre la competizione fra simili spingeva le famiglie a voler essere meglio dei vicini in questa strana gara.

I risultati del test non hanno solo dimostrato che la competizione può portare risultati, ma anche che la coesione sociale è foriera di comportamenti virtuosi per la collettività. Se il mio vicino è virtuoso tenderò a esserlo anche io, e viceversa.

Anche in questo caso, a ben vedere, si nota una diversa applicazione della percezione: come nella teoria delle broken windows (è stato dimostrato che un quartiere ben tenuto — senza case abbandonate con finestre rotte — genera più cura degli spazi pubblici), modificando la realtà si attivano meccanismi positivi.

 

Spesso quello che spaventa di più nell’affrontare la verità/realtà è che sembra spropositatamente più potente di noi e noi ininfluenti. Ma, come dimostra la teoria dei nudge, piccole modifiche comportamentali e rinforzi positivi possono generare cambiamenti di grande momento.

 


Cosa c’entrano questi esperimenti con la verità? C’entrano innanzitutto con il come viene maneggiata. O non la si accetta e la si allontana dallo sguardo, come nel caso dei cambiamenti climatici, o se ne ha una fede cieca e acritica, come nella militanza politica.

Riconoscere una verità e riconoscervisi comporta un’identificazione e quindi un senso di appartenenza a un gruppo. Per questo chi indica come menzogna una verità che appare (non è) evidente a tutti è additato come pazzo o appartenente a una fazione opposta. Comunque viene emarginato dal gruppo o da tutta la società.

 

Ma questo succede da sempre. Il concetto di verità che ha invece l’uomo moderno è molto più frammentato, individuale e liquido. Oggi, grazie all’accesso all’informazione, ognuno può costruirsi una propria verità basata sulla raccolta indipendente di informazioni. Alcuni o molti flussi di opinioni e percezioni della realtà si incanaleranno anche in futuro per formare alcune verità più assolute (e che hanno curiose vicinanze con gli atteggiamenti più fideistici, tipo l’infallibilità di un allenatore o di un leader politico) ma ci saranno sempre più “piccole verità” personali. Convinzioni più intime che guideranno le vite di molti, perché la verità è abbagliante ma è anche un faro che indica una via e l’uomo ha da sempre la necessità esistenziale di sapere non solo in che direzione sta procedendo, ma soprattutto che da qualche parte sta andando. Verso la luce, come le religioni hanno capito benissimo da millenni.

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