La piazza

In Italia c’abbiamo le più belle.

La piazza è un vuoto urbano. Uno dei più densi e pieni vuoti urbani che si conoscano perché invece di rappresentare il nulla del vuoto concentra la vita cittadina. La piazza storica è centrale, è un nucleo dal quale origina la città perché vi si affacciano le chiese e i palazzi di governo, che eran poi quelli del signore, secoli fa.

 

La piazza è un baricentro urbano: da essa si espande la città, in essa tornano i cittadini quotidianamente per parlare, per prendere un caffè o semplicemente di passaggio. A volte ospita manifestazioni, altre volte ci fanno le barricate. Altre volte ancora ci mozzano teste (questo una volta, specie in Francia — una specialità locale).

 

Il forestiero che non conosce la città chiede dov’è il centro o la piazza centrale. Le strade della città storica convergono verso quel centro e prima o poi lo porteranno proprio là.

La piazza può essere attraversata per tagliarla mentre si va nelle strade che vi affluiscono o può essere transitata perimetralmente lungo i portici, se ne ha. A me piace camminare lungo i portici perché mi piace guardare chi c’è in piazza ma non mi piace essere guardato. Più che altro non ho voglia di incontrare con lo sguardo uno che dovrei sapere chi è ma non ricordo chi è e poi magari ci devo fare due chiacchiere fingendo di sapere benissimo chi è quando invece non lo so.

 

La piazza è il tempio della visione: ci si va per incontrare qualcuno ma anche per essere guardati (la domenica dopo la messa, vestiti bene). O per guardare ed esercitare l’arte del flaneur: seduto ad un tavolino di un caffè, leggendo un giornale ma in realtà guardando di sottecchi le vite altrui.

 

Di chi si conosce ma meglio ancora di chi non si conosce, in una città nuova, dove si è stranieri. Immaginare le vite degli altri è un piacevole e inoffensivo esercizio narrativo e un modo per notare gli altri. Quindi, anche se non lo sapranno mai, gli si riconosce la dignità di essere notati ed è per questo che sono andati in piazza.

 

Le piazze più belle sono quelle italiane e sono innumerabili e innominabili tante ce ne sono. Il fatto che storicamente l’Italia fosse divisa in centinaia di ducati marchesati principati repubbliche ecc. ci travia con la nostra genetica divisione nazionale ma ci ha donato incommensurabili bellezze urbane. Perché sono centinaia le piazze, migliaia forse: grandi, piccole, in piano, in declivio, a più livelli, a catino o a rilievo, quadrate, rettangolari, trapezoidali, come il manto della Madonna o ellittiche, rotonde o ovali.

 

La piazza è una pausa nel respiro della città: interrompe il tessuto urbano e lo valorizza. È un palcoscenico su cui affacciano i più notabili palazzi e su cui i suoi cittadini inscenano la vita pubblica.

 

La piazza accoglie i suoi cittadini ed è di tutti, prima ancora che i parchi pubblici diventassero un’altra cosa che è di tutti. Quando sei in una piazza italiana, non importa se sei forestiero, diventi il cittadino di quella città.

 

In quanto vuoto, De Chirico l’ha rappresentata perfettamente: pochi uomini, a volte affatto. Un sole estivo ad illuminarla e a creare ombre quasi nere e impenetrabili.

 

In estate la piazza diventa dechirichiana: non c’è nessuno, ci son solo le sue pietre, i suoi palazzi, suoi monumenti.
Mi piace andare in piazza in estate quando non c’è nessuno: siamo solo io e lei.

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