La meditazione

Se tutti meditassimo, il mondo sarebbe un posto migliore

Ogni giorno, da qualche settimana a questa parte, non vedo l’ora che arrivi la mezzanotte. A quell’ora, nel silenzio più totale, medito.

 

Non l’avevo mai fatto prima o forse ci avevo provato una volta, senza alcuna guida e quindi innervosendomi dopo cinque minuti. Se non te la spiega nessuno e hai solo visto film in cui chi medita levita e sconfigge draghi immaginari con la sola forza del pensiero può capitare. La verità è che non hai capito niente perché meditare non è esattamente quello. Per quanto ne ho capito — che è pochissimo perché la pratico da pochissimo, non sono nemmeno neofita, non sono niente (non essere niente è una cosa che ti insegna la meditazione, ma ci arrivo).

 

So solo che ogni giorno, di notte, nel silenzio medito. Le mie meditazioni durano 15, 20 minuti. Una volta sono arrivato a 30. Chi la pratica da tempo dice che il beneficio di 60 minuti di meditazione è molto più del doppio di 30 minuti di meditazione. Qualcuno mi ha detto che il Dalai Lama medita tre ore al giorno a inizio giornata e quando si sveglia è inviperito. Quindi medita ed è pronto a vivere fra il resto del genere umano. Il Dalai Lama, la persona più pacifica del mondo, al risveglio non sopporta il resto del genere umano. Hold my beer, Dalai.

 

Insomma, sbagliavo tutto nel meditare, quell’unica volta che c’ho provato. Parrebbe, almeno a giudicare dalle meditazioni guidate che ho fatto.
A farmi venire la curiosità è stato David Lynch: ho letto il suo “In acque profonde”, in cui descrive il suo rapporto con la meditazione, oltre a parlare dei suoi film. Ma soprattutto parla della meditazione. La fa sembrare una cosa semplice, molto più fisica che mentale. “Ci provo”, mi sono detto. Ho scaricato un paio di app e ho iniziato a meditare. A provarci, almeno.

 

Seguono pensieri sparsi sulla meditazione.

La meditazione è fisica, molto fisica

La meditazione soffre della sua rappresentazione o di come è stata sempre diffusa: come una pratica da santoni, orientale, distante dalla cultura occidentale oppure roba da freak se praticata dagli occidentali (gli occidentali che fanno robe orientali sono sempre considerati freak, mentre magari fanno cose che generano benessere, a prescidere dalla loro origine geografica o culturale). Questa concezione ha sempre messo una distanza fra il pensiero occidentale e la meditazione, come se per praticarla si dovesse provenire da una certa cultura e soprattutto come se si trattasse di un’arte trascendentale, la porta verso un’altra dimensione, l’illuminazione ecc.

 

In verità la meditazione è molto fisica. Direi che è soprattutto fisica, nel senso che coinvolge tutti i sensi e non dà priorità alla mente. La mente è in ascolto, non governa. Meno governa, anzi, meglio è. Deve starsene zitta, elaborare il meno possibile, ricevere e non produrre pensiero. La meditazione è un modo per rallentare, almeno ho imparato a intenderla anche così: un modo per abbassare il volume al pensiero, per raffreddare la mente, per prepararla al riposo. La mente delle persone molto riflessive è logorroica, non smette mai di elaborare dal risveglio all’addormentamento e chi parla molto in genere non ascolta.

 

La meditazione insegna alla mente a stare ad ascoltare, prima di parlare. Anzi: a non parlare affatto.

 

Essendo basata sulla respirazione, ha un fondamento fisico molto potente. Senza respirare correttamente (cioè usando il diaframma, inspirando fino a riempire i polmoni ed espirando fino a svuotarli) non si può meditare, punto.
Normalmente respiriamo male, respiriamo “alto”, cioè riempiendo solo una parte dei polmoni, esattamente come fa chi è in ansia e non ha quindi il tempo di gonfiarli completamente. È un meccanismo ancestrale: quando siamo sotto stress si attivano delle procedure inconsce che accorciano il respiro per preparci alla fuga dal pericolo. Lo stress è un modo per metterci in guardia da un pericolo imminente: funzionava molto bene quando l’uomo se l’inventò per scappare da predatori crudeli ma oggi incrociare un leone affamato è tecnicamente impossibile, quindi sarebbe il caso di instaurare un rapporto diverso con l’ansia e lo stress. La meditazione li tiene sotto controllo: sai che esistono, sono reali ma puoi tenerli sotto controllo.

 

La componente fisica della meditazione, infine, non si limita alla respirazione: molte tecniche si basano infatti sulla percezione delle sensazioni del corpo (è un modo efficace anche se non semplice di tenersi ancorati a qualcosa di tangibile e quindi al presente) e lo fanno percepire come normalmente non accade. Nel quotidiano sentiamo il nostro corpo solo quando una sua parte duole; con la meditazione possiamo sentire la sua gravità, la sua asimmetria, le sue tensioni interne.

 

La meditazione non ha effetti immediati

Dopo aver meditato non voli, non sviluppi un sesto senso né un settimo o un ottavo. Sei indubbiamente più rilassato ma non di certo più spirituale o etereo. Almeno non io: io sono sempre io dopo aver meditato.

 

Gli effetti sono più blandi, meno evidenti. Non mi sono reso conto di alcun beneficio o cambiamento particolari se non dopo qualche giorno — direi parecchi giorni — perché , se praticata con costanza (cioè ogni giorno, anche più volte al giorno) — la meditazione riduce lo pressione psicologica e l’ansia, anche in chi di ansia ne ha poca o la tollera bene (tipo me).

 

Quello che ho soprattutto osservato è che la meditazione mette la giusta distanza fra te e le cose. Te ne rendi conto perché situazioni che normalmente ti infastidiscono o irritano diventano indifferenti. E non devi nemmeno sforzarti per sopportare: non ci badi più e basta.

 

La meditazione non giudica

E soprattutto non ti giudica. Ho sempre pensato che per meditare bene bisognasse svuotare la mente e percepire il tutto. Non è vero. Sviluppare pensieri e immagini, lasciare che la mente vaghi capita durante la meditazione. L’importante è non permettere a questi pensieri di prendere il controllo. Si sa che possono apparire e che possono anche sparire. Sono come folletti dispettosi che scompaiono con un soffio. Invece che pensare di essere bravi solo se si riesce ad annullarli, ho trovato più utile sapere che elaborarne non significa non essere capaci di meditare, che è normale che appaiano ai lati del campo visivo mentale (che è molto più ampio di quello fisico, dell’occhio) e che non si è giudicati per averli pensati. Non c’è giudizio nella meditazione: si è solo se stessi, il più possibile nel presente.

Questa consapevolezza (dell’assenza del giudizio) ti fa essere indulgente con te stesso e ti fa accettare. L’ancora fisica (la respirazione, la percezione del proprio corpo) come detto servono a ricondurre la mente al puro presente. La fonte del giudizio interno su noi stessi è basata sull’esperienza e sulle aspettative, cioè sul passato e sul presente. Ci giudichiamo in funzione dei fallimenti e dei timori passati e della proiezione futura dei fallimenti. Nel presente non ci trasciniamo alcuna esperienza (alcun peso passato) né riceviamo l’ombra di un futuro che, per definizione, non è ancora accaduto ed è il regno delle infinite possibilità.

 

Il nulla

C’è una scoperta che ho fatto durante una meditazione, che credo spieghi molto. Dice il saggio (la voce dell’app che ti guida) che devi percepire il corpo e le sue parti attraverso le sensazioni che ti trasmettono: un dolore, una contrazione, una certa gravità. A volte puoi non percepire nulla, e va benissimo così. Il nulla spaventa perché ce lo si immagina come un ambiente che non restituisce il suono della propria voce o come un luogo buio. Il nulla, specie nella cultura occidentale, è una negazione e quindi è sbagliato, è un’entità non-vitale.

 

Il nulla, il niente (so che i filosofi mi diranno che c’è differenza fra i due ma io li intendo nella stessa accezione) è una presenza. Se non si sente nulla si sente un’assenza, che, per essere percepita, è una presenza.

 

La scoperta è sia che il nulla non è la negazione dell’esistente (anzi: è sostanza, poiché è percepito, in qualche modo) e che percepirlo è liberatorio. Può essere la sembianza dell’equibrio, del benessere, di uno stato di grazia.

 

Che il nulla sia qualcosa di positivo (che il negativo sia positivo) è una delle cose più belle che meditare mi ha insegnato. Lo si capisce solo facendo intendere alla mente che deve tacere e ascoltare. Solo ascoltando si sente l’eloquenza del silenzio, solo percependo si tocca il nulla. E si scopre che non fa male, per niente.

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