La città degli uomini senza gli uomini

Da qualche giorno siamo isolati: da tutto, da tutti. Tutti.

 

Uccellini

Di solito sento gli uccellini cantare verso le 3 di notte. Questa sera cantavano a mezzanotte e mezzo, forse un po’ più tardi. Magari lo fanno sempre, solo che non me ne sono mai accorto perché ci sono altri rumori a coprirli, qualcuno che parla nella strada qui sotto, le auto che passano, la fontana.

 

Da qualche giorno non si sente più nessuno parlare, di macchine ne passano pochissime, la fontana non la sento più, non saprei dire se funziona ancora. Forse dovrebbe funzionare, sarebbe un gesto importante da parte della città, indica che la struttura urbana e la civiltà proseguono, che c’è qualcuno che ci pensa, le istituzioni esistono ancora. Quindi ho deciso che funziona anche se non sono sicuro di sentirla più. Voglio che funzioni.


È da qualche giorno che siamo in quarantena, anche se non si tratta di quarantena. Almeno non in termini medici. Siamo confinati nelle nostre case, tutti noi, tutta l’Italia. Possiamo uscire solo per fare la spesa o per andare al lavoro se non possiamo farlo da casa, per chi un lavoro ce l’ha ancora. I provvedimenti si sono susseguiti con ritmo incalzante: prima hanno aumentato i controlli negli aeroporti, poi hanno chiuso le scuole dopo aver trovato il primo contagiato, poi i morti e gli infettati sono aumentati a tal punto — pur rispettando quella che avremmo scoperto poi essere una prevedibilissima e prevista curva matematica — che non c’è stato altro da fare che obbligare tutti a stare a casa, per evitare che il virus uscisse con noi e ne infettasse altri. O ci infettasse. Chissà se ce l’abbiamo già in casa o su un vestito o già dentro di noi, è un pensiero che si fa pensando poi a tutt’altro, non volendoci proprio pensare, più che altro.


Nessuna generazione ancora viva aveva mai sperimentato niente del genere. La quarantena era una cosa che facevano fare a un animale se lo portavi da un paese straniero, o te la facevano fare se andavi in qualche paese straniero e nel tuo c’era qualche malattia ma era una cosa limitata, riguardava un individuo alla volta, era un racconto esotico che sentivi fare da qualcuno, non ti sarebbe mai successo.
Invece è successo, a tutti quanti, contemporaneamente. A decine di milioni di persone che da un giorno all’altro sono scomparse dalle strade e si sono ritirate a casa propria. Ora guardi fuori dalla finestra e vedi la città vuota e guardi verso un’altra finestra di fronte a te e sai che c’è qualcuno che sta facendo la stessa cosa che fai tu: guarda la città vuota e pensa che c’è qualcuno che la sta guardando come lui. Ma non lo vedi, lo pensi solo.
Ora siamo 60 milioni di persone alla finestra che fingono per tutta la giornata che essere in casa sia una cosa normale che hanno fatto migliaia di altre volte (ed è vero) solo che ora non possono più uscire per strada quando vogliono, perché devono avere un motivo per farlo e poi la polizia ti vuole fermare e chiedere e sapere perché sei in giro, dovresti stare a casa, avrai un valido motivo per non esserci, ne siamo certi, vero? No, non voglio sentirmi rivolgere queste domande. Sto a casa da giorni, faccio finta che sia normale starci e poi dopo qualche giorno non ti fa nemmeno più voglia uscire, hai paura che il virus sia lì fuori ad aspettarti, aspetta solo te, ti sei illuso che una passeggiata non ti avrebbe fatto niente, ora lo vedrai.


Meglio stare in casa.


Dove sono tutti?

Quando guardo la città vuota non la penso come era prima, quando c’erano macchine e persone. Ho spesso desiderato fotografarla senza nessuno, senza neanche macchine. Solo i pieni e i vuoti, senza quegli oggetti che indicano solo che ci sono umani in giro. Volevo fotografare la città degli uomini al netto degli uomini. Eccola qui, ora la vedo e mi fa una certa impressione.


Non è semplice descrivere esattamente quale impressione. Non è nostalgia (torneranno gli uomini e torneranno le auto, torneranno le grida e i bambini e gli uccellini non li sentirò più). È qualcosa di diverso e più inquietante: ho pensato che quella città che vedevo senza umani è una città che non ha nemmeno bisogno degli umani. È spavalda quella piazza, sono sfrontate quelle strade: dicono che di noi non hanno bisogno. Noi vi abbiamo create e voi ora fate a meno di noi.


La città può fare a meno di noi, e la città è una metafora della realtà. Il mondo può fare a meno di noi, forse sta molto meglio senza di noi.


Spazio e tempo

Dopo qualche giorno confinato in casa non sai più con esattezza che giorno è. Devi sforzarti un po’ a ricordarti se è venerdì o sabato. Non per il fatto che ogni giorno è uguale a un altro ma perché muta la percezione che hai del tempo. Mutano soprattutto gli spazi che ora sono costretti, finiti, non estensibili. Una passeggiata è un lusso e anzi non te la puoi permettere (è pericolosa) e il corridoio è il tuo nuovo marciapiede.
Spazio e tempo, riuniti finalmente nella loro fisica connessione.

La contemporaneità li aveva così stravolti e snaturati, potevi essere in un luogo e in cento altri (lo spazio a più dimensioni) e potevi raggiungere un luogo o un altro in poco tempo, se era un luogo mentale potevi superare qualsiasi distanza istantaneamente. Ora sei imploso in te stesso, lo spazio è limitato, in certi momenti coincide con la tua pelle, con il tuo involucro. Il tempo è sempre uguale, quindi è indifferente.


Il tempo poi è fatto di un presente e di una ragionevole proiezione futura. Ora non più. Si sa quanto durerà questa quarantena (continuo a chiamarla così perché ci assomiglia assai, ma non lo, eppure lo è) ma non si sa se basterà o se sarà estesa. A pensarci bene il tempo è sempre stato oltre il nostro dominio ma in condizioni normali ci si illude che non lo sia, che se ne possa avere un certo dominio. Ora le carte sono svelate: non ne abbiamo nessun dominio.


Lo spazio è annullato, il tempo decide di se stesso e non ti comprende.


Dopo qualche giorno di quarantena non sai più cosa sono lo spazio e il tempo. Ci eri abituato da una vita e ora non li riconosci più. Davi per scontate tante cose e ora non c’è più niente di scontato.

 

C’è infine un’altra cosa che provoca la quarantena, ed è nella parola stessa o nel suo concetto. Te lo dovevi aspettare ma non lo sai mica finché non la provi. Il fatto di non vedere più persone e di avere annullato qualsiasi sguardo ha azzerato ogni contatto. Non sai più cosa fanno le persone, cosa pensano. Fino a poco tempo fa potevi scambiare uno sguardo con chi incontravi per strada, potevi immaginare la vita di una donna nel tuo stesso vagone della metropolitana. Ora non più. Ora guardi solo te stesso, ti guardi allo specchio, ti dici che devi mantenere un decoro, domani ti fai la barba, magari ti metti la camicia, domani fingeremo una rassicurante normalità anche se poi non usciremo di casa. Saremmo sempre qui dentro, ma in camicia.

 

La normalità non è più un insieme di processi automatici e inconsci (mi sveglio, faccio colazione, mi preparo, esco, lavoro ecc.) ma una sequenza conscia, una prova d’attore: non è essere normali ma fingere di esserlo.

 

Non vedere più nessuno per strada, non poterti raccontare una storia inventata su di lui, non poter leggere la gioia o la preoccupazione o anche il nulla nei suoi occhi ti lascia un po’ smarrito e solo con te stesso. Puoi solo guardarti allo specchio e forse iniziare a conoscerti.

 

Ciao, io sono te, facciamo conoscenza. Ti ho trascurato, non sono sicuro di volerti conoscere ma non ho altro da fare, non ho altre storie da conoscere, da inventare, da leggere negli occhi di una sconosciuta.


Non so se la quarantena abbia qualcosa di sinistro per il fatto che ti priva di libertà scontate fino a ieri o piuttosto perché ti obbliga a guardarti allo specchio e a decidere chi sei. A capirlo in fondo, finalmente.
Chi sei? Hai paura? Quando finirà tutto questo? Hai eluso tante domande ma ora hai tempo, fermiamoci a discuterne. La città non ha bisogno di te, gli altri non esistono più e non puoi più sentirti migliore o peggiore di nessuno. Non sei fisicamente solo, vedi altre persone dietro i vetri delle finestre ma sul vetro della finestra a cui ti affacci ti vedi riflesso. Quando guardi fuori dalla finestra non vedi più la città vuota, non vedi più altre vite, non vedi più una proiezione o una negazione di te stesso. Ora vedi te stesso, riflesso su un vetro.

 

Che ore sono? Non sento più gli uccellini, tutto è di nuovo silenzioso, maledettamente silenzioso e sono di nuovo solo con me stesso. Forse è il caso di presentarsi: mi sa che questa quarantena è una via che ha scovato la vita per farmi incontrare con me stesso. O me lo racconto almeno, visto che la storia che posso raccontare ormai è solo quella della mia vita, ora, in quarantena. In silenzio, fermo, in uno spazio che improvvisamente è limitatissimo.

 


Nella quarantena stai solo con te stesso. Come va?

IT

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