La bontà di Robert Frank

 

 

Ieri è morto Robert Frank. Se ho capito qualcosa di fotografia lo devo a lui. Di certo lui mi ha insegnato la differenza che c’è fra una bella foto e una buona foto.

 

Oggi ho scoperto parlando con amici che non lo avevano mai sentito nominare e ci sta, per almeno due motivi: perché Frank aveva quasi smesso di fotografare negli anni ’60 — dedicandosi alla regia — e perché Frank è l’esempio perfetto di artista non popolare ma incredibilmente influente.

 

È il paradosso della popolarità e dell’influenza: puoi essere popolare e non influenzare culturalmente un bel niente, oppure essere sconosciuto e influenzare invece la cultura dei decenni che verranno dopo di te.

 

Frank era di certo popolare fra i fotografi ma l’influenza che ebbe sul lessico visivo del pubblico fu potentissima.

 

Lo fu a tal punto che si può dire che se oggi la fotografia “sporca e realista” è accettata lo si deve a lui. Non del tutto ma insomma, moltissimo ha fatto.

 

Ricordo che quando sfogliai tanti anni fa “The Americans” non lo capii. Non mi piacque nemmeno, forse perché la mia alfabetizzazione visiva si fermava al concetto di bello. Non erano foto belle quelle: erano sgranate, tecnicamente discutibili, composte in maniera estrema, con inquadrature spesso al limite del collasso visivo, instabili, fastidiose.

 

Quello che non avevo colto ma che mi era rimasto fra le dita (e me ne accorsi solo dopo) era però il racconto, era la bontà di quelle immagini. Lui non aveva fotografato gli americani: li aveva raccontati, girando per 48 stati degli USA.

 

Dopo aver visto le sue foto — il suo racconto fotografico, è meglio dire — io avevo capito di più gli Stati Uniti.

 

Non li aveva raccontati come la terra promessa. Non gli interessava consegnarne un’immagine patinata. Lui, svizzero e straniero, ne vedeva le cose storte e sbagliate, i paesaggi rotti, i rapporti umani instabili, i marciapiedi calpestati da ricchi e poveri. Gli USA non erano solo quello ma erano anche quello, e lui aveva deciso di raccontarli, con crudezza e onestà insuperati. Non a caso il libro che ne trasse si chiamava semplicemente “The Americans”, non “Beautiful America” o “America The Strongest”. “Americans”: il popolo, i paesaggi, l’umanità.

 

Ma la bontà delle sue foto supera la bellezza perché la contiene. Se guardi bene c’è tutta la bellezza dell’umanità e dell’onestà nelle sue foto. C’è anche la capacità unica della fotografia di mostrare la nudità dell’anima, di spogliare le persone e di mostrarle per come sono: agenti di commercio assonnati a bere il caffè al bar, vecchi decrepiti, mamme preoccupate, uomini d’affari senza scrupoli. Un’umanità che non sa di essere colta nella sua nudità mentre cammina per una città qualsiasi degli Stati Uniti del 1958.

 

Eppure è un’umanità che non ha di certo una bellezza estetica ma ha quella della sua stessa natura. È così e in nessun altro modo. Non si nasconde o non fa credere di essere altro da ciò che è.

 

Frank ha colto quella bellezza che diventa buona nel non essere estetizzante. È estetica come solo la verità può essere.

 

Certa bellezza — quella più profonda e spessa — non si mostra e non appare. Se assume una forma è quella della bontà di una foto e di un racconto visivo ma il racconto va ascoltato, ricostruito nella mente, immaginato.

 

Robert Frank va ascoltato, con gli occhi.

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