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Horror erroris

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È evidente che la nostra cultura ha orrore dell’errore. L’errore è il terreno su cui è meglio non camminare, l’errore è la deviazione dalla norma (è l’anormalità) e una cultura che pone a fondamento di se stessa l’economia, i numeri e i valori numismatici, ha comprensibilmente repulsione per tutto ciò che sfugge alla prevedibilità. Solo la norma può pianificare perché minimizza il caso e l’errare, che ha la significativa radice latina di “vagare, andare senza meta”, conduce dove non si dovrebbe andare. 

Eppure ho notato che in ambito creativo non vi sarebbe novità se non attraverso l’errore, anzi: si arriva a ciò che non esiste solo attraverso percorsi inediti, non normali, fuori dal consueto. 

Ogni errore è un’opportunità nel jazz.

dice il jazzista Stefon Harris e c’è una curiosa storiella che coinvolge Miles Davis e Herbie Hancock: durante un concerto in cui stavano suonando meravigliosamente, Hancock sbagliò clamorosamente una nota. Miles Davis, con sua sorpresa, riprese a suonare su quella nota sbagliata. Non l’aveva giudicata come sbagliata ma solo come inaspettata.

L’abitudine all’errore dice anche un’altra cosa: se lo si accoglie si può vedere la luce che emana da una porta laterale che si è aperta improvvisamente e che conduce verso luoghi inesplorati. Se si procede sempre avendo a mente la meta – sulla linea della norma – distrarsi a guardare cosa c’è attorno, a destra e a sinistra, è impensabile. Se si gira lo sguardo, se si accolgono gli stimoli, si trovano altre strade e nuove soluzioni.

L’errore non è uno sbaglio ma è la manifestazione di altre possibilità e altre dimensioni perché l’equazione creativa ha diverse soluzioni, soprattutto distanti da quella più ovvia, normale e lineare. 

Non bisogna però cercare l’errore perché è una curiosa creatura: non appare finché non lo decide, non si mostra mai a chi lo evoca. Per vederlo bisogna fare spazio nella mente, fare un vuoto che accolga possibilità, avere un atteggiamento ricevente e non impositivo. Non decidere ma accorgersi che esistono decisioni che hanno bisogno di noi per diventare reali, per esistere. 

Chi crea tiene in mano lo strumento della creazione ma ha entrambe le mani aperte per ricevere.

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