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Facciamo a non volerci capire

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Antefatto: leggo su twitter una cosa scritta sul fatto che rappresentanti della polizia penitenziaria manifestano quando il numero di detenuti suicidi è in crescita allarmante. Mette insomma in relazione la mancanza di opportunità della manifestazione dei secondini con le condizioni di vita nelle carceri italiane. Siccome a scrivere questo è una persona che non conosco se non per quello che scrive, quindi come tantissime conoscenze da social ma di cui è facile intuire le inclinazioni politiche di sinistra (direi radicale) ritengo o forse mi illudo si possa dialogare anche sul merito e non solo sulla punta d’ideologia. Commento quindi scrivendo che un dato che mi ha sempre stupito è il numero di suicidi fra i secondini, che è il più alto fra le forze dell’ordine. Non voglio insomma né dire che hanno ragione quelli a protestare (per quanto pensi che se c’è un disagio o se si deve portare all’attenzione pubblica un problema anche marginale—nei numeri intendo—come quello dei suicidi fra secondini o delle loro condizioni di lavoro, protestare e manifestare sia sempre una legittima espressione politica e sociale) quanto una cosa più semplice: magari si può anche prestare loro attenzione. Sentire quello che hanno da dire. Non partire dal presupposto che siccome sono un’emanazione del potere allora valgono meno.
Mi risponde che è il carcere il problema e che sentire le ragioni di chi ha scelto quel mestiere non importa perché è sempre contro chi esercita potere e violenza sugli altri. Quindi chiedo se la soluzione è abolire le carceri. Dice che è un’idea. Chiedo se gradualmente o di brutto. Chiude dicendo che è evidente che voglio provocare e che me la trovi io una soluzione e che non ha intenzione di dibattere su Twitter di queste cose. Magari era il posto sbagliato (glielo concedo) ma vincere un dibattito non mi interessa. Io voglio parlare, argomentare.


Il problema è che non si parla più per gusto della conoscenza e del disaccordo costruttivo: si parla per annientare l’avversario.

Se intraprendo una discussione è perché sono interessato e se discuto è perché reputo l’interlocutore capace di dibattere in modo argomentato. Quindi se ti parlo non lo faccio per polemizzare ma per capire. Che cosa strana oggigiorno, no?
Questo breve scambio su Twitter è stato invece illuminante: le discussioni sono ormai inquadrate secondo una lente ideologica. Se non accetti una visione (che, nello specifico, non mettevo nemmeno in discussione, parlando poi d’altro) sei un nemico e con te non ci parlo. La discussione viene interrotta perché divergi dalla mia visione del mondo. Anche se ci sono dei valori comuni, come quelli della sinistra, per quanto scassata ormai sia. Hai messo in discussione il fatto che dei lavoratori delle forze dell’ordine siano degli oppressori quindi non abbiamo niente da dirci.

No, ho detto una cosa diversa ed è che li ascolto, magari. Prima di fare poi una cosa odiosa: categorizzarli. Metterli tutti in uno stesso mazzo e via, stan bene sistemati lì. No: vorrei vederli come esseri umani e conoscere le loro storie, anche sommariamente.


Sono un romantico, che ci vuoi fare. Oppure sono umano e voglio capire. Non sono ideologico, sono logico. O almeno cerco di esserlo, per quanto la logica sia anche un’espressione di umanità.


Del resto capisco che l’ideologia sia anche una rassicurante dipendenza: spiega molte cose, dà un posto a tutto, dà pure l’idea che ci possa essere un ordine nelle cose.

Invece ho imparato a fare questo esercizio: quando qualcuno è contrario alla mia visione del mondo gli presto attenzione. Preferisco essere destabilizzato nelle mie convinzioni. Non vedo buoni e cattivi ovunque, cerco le sfumature o semplicemente ascolto. Cerco, quantomeno.
Credo stia qui la differenza fra il discutere per capire e il discutere per sopraffare. E per capire non ci si può porre in una condizione di attacco o di difesa. Bisogna mettere in discussione le proprie certezze, specie quelle ideologiche. Non vedere la questione attraverso le lenti deformanti degli schemi mentali. Quelle lenti che mi hanno fatto apparire in quella discussione come un provocatore o come un fascista, solo perché dicevo che ritenevo utile ascoltare anche le ragioni dell’altra parte. Non davo loro ragione come non davo torto ai detenuti né minimizzavo la tragedia di chi si suicida in carcere. Volevo capire, anche quando mi si diceva che una soluzione era chiudere le carceri. Detto così è un po’ brutale, ma il mezzo è Twitter, non c’è molto da argomentare là. E quindi ci sta che entrambi siamo potuti apparire ai rispettivi occhi come provocatori o eccessivamente ideologizzati.
Però resta un dato: spesso molte interazioni sociali oggi avvengono così. Discutere vuol dire distruggere l’avversario, non cercare di capire, informarsi, mettersi in discussione. E lo si fa all’interno delle bolle in cui si vive: bolle informative, bolle ideologiche, bolle politiche dalle quali non si esce mai per non venire destabilizzati, perché sono confortevoli. Bolle all’interno delle quali si cercano solo rinforzi alla propria visione: qui dentro siamo tutti giusti, chi è fuori è sbagliato. Chi è dentro ma esprime dubbi deve starsene fuori.
Capire i limiti della propria bolla o anche accorgersi di esserci dentro non è facile ma un esercizio utile è proprio quello di non condurre mai una discussione con lo scopo di annientare chi è contrario ma piuttosto di cercare di capire, magari mettendo in dubbio le proprie certezze.

Parlare significa scoprirsi e scoprire, non andare in guerra. Eppure basta vedere come si svolge il dibattito pubblico e politico ormai da anni: discussioni basate sulla sopraffazione, sul sarcasmo, sulla demolizione e la derisione dell’interlocutore. “L’ha distrutto” si dice spesso di come si è conclusa una discussione. Che bello. E molto utile soprattutto.
Nè da una parte né dall’altra ci si è spostati di un millimetro, non dico l’uno verso l’altro ma almeno in direzione di un accordo, cedendo nel frattempo parte delle proprie monolitiche certezze per strada. E le certezze non hanno colore politico o ideologico: ce le hanno tutti e ci si tengono strettissimi, meno che quelli che si fanno una domanda: e se non fosse così? E se mi sbagliassi?


Coltivare dubbi è del resto molto più faticoso che essere sicuri all’interno di una bolla e parlare è molto, molto, molto più facile che ascoltare.

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