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La morte

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Normalmente non penso mai alla morte, o almeno non ci penso mai direttamente. Non penso insomma a come moritò (come potrei saperlo, poi?) né a come mi piacerebbe morire, anche perché è abbastanza strano pensare a come ti piacerebbe morire, è un po’ come dire a come ti piacerebbe pagare le tasse o farsi togliere un dente senza anestesia: non ti piacebbe e basta.


Comunque: non ci penso e basta. Esattamente come non ci pensa un 15enne che si sente comprensibilmente immortale o vede comunque questa cosa di cui tutti parlano e che tutti temono talmente in là nel tempo che chissenefrega.
Poi, giunti all’età adulta, ci si dovrebbe pensare di più e invece no, o almeno non io, non ci penso e non perché mi senta immortale o altro, anzi.

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In verità alla morte ci si pensa eccome, anche se non direttamente. Ogni fallimento è una morte, ogni conflitto è una morte. O almeno sono metafore della morte. Per quello detestiamo così tanto il fallimento: non – o non solo – perché è una condizione sgradevole di per sé ma anche perché è metaforica della morte: ogni volta che si sbaglia o si fallisce si muore, o si ha una percezione di cosa può essere la morte.
Si tratta purtuttavia di manifestazioni traslate della morte, che resta ineludibile e inspiegabile.

Ho letto da qualche parte che avevano fatto una ricerca: avevano chiesto a dei giovani se, potendo scegliere, avrebbero preferito morire a 80, 90, 100 anni. Sorprendentemente pochi hanno risposto che avrebbero voluto vivere più a lungo. L’età media, almeno nella percezione popolare, basta alla maggioranza, non c’è bisogno di superarla. Ciò che temevano di più dell’estensione della durata della vita erano le malattie e la noia. Molti sono più impensieriti dalla noia che dalla morte, e c’è da capirli, perché la noia la percepisci benissimo ma la morte non puoi elaborarla, percepirla, viverla: quando arriva muori e basta, e non potrai mai dire a nessuno di che tipo di esperienza si tratta.

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A ogni funerale a cui assisto penso un po’ alla morte. Insomma, ce l’ho di fronte, è gentile salutarla, farle capire che se ne ha rispetto.

Ho scoperto un modo per alleggerire la tensione e lo strazio in queste occasioni: penso che i portantini siano delle iene tarantiniane (sono identici) e la grevità della situazione risulta rarefatta, sostenibile, delicata. Il surreale mi ha sempre aiutato a superare momenti di difficoltà, perché è un’elaborazione mentale che descrive un’altra realtà, la immagina, la fa diventare evidente. Se esistono altre realtà contemporanee a quella che viviamo, questa non può determinare un unico stato d’animo: si può essere tristi e contemporaneamente allegri, in un’altra realtà contemporanea. Ho deciso di chiamarla emotività quantistica.
Sono anche grato a Quentin Tarantino e al cinema in genere perché mai avrei immaginato che un funerale potesse essere un momento di leggerezza. Eppure la surrealtà ha molte componenti che, oltre a farla apparire come una realtà latente e possibile, le danno una temperatura emotiva diversa da quella della realtà reale.

La notizia è che anche in età adulta (pure avanzata) si può non pensare alla morte. Non per superficialità ma anzi, per saggezza: più si invecchia, più sarebbe bene rendersi conto del valore del momento presente e il presente – non essendo per ora ancora morti – è meglio viverlo essendo, appunto, “presenti”. Il pensiero della morte si proietta verso il futuro, diventando l’argomento principe a cui non bisognerebbe pensare quando si è vivi. Appartiene a un futuro imprevedibile e quindi tanto vale non pensarci.

La morte è il Pensiero Lungo, forse il più importante e quello su cui l’essere umano riflette con più insistenza.
Non credo di averlo risolto (non sono Dio) ma credo di averne risolto il pensiero, la preoccupazione: non pensandoci se non indirettamente, cioè accorgendomi che il timore di fare errori o di fallire sono altri modi per chiamare la morte.

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