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Disgregazione dell’Io (Buon 2023) 

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Se dovessi disegnare la disgregazione – mi dicevo pensando alle parole che seguono e a come rappresentarle – partirei dalla testa: un volto che, appunto, si disgrega, si riduce in frammenti. In fondo si tratta della rappresentazione classica della disgregazione: una figura riconoscibile nelle sue parti ma non più appartenente a un insieme coerente. Il punto è però che pensando alla disgregazione e a una sua possibile rappresentazione sono partito dalla testa. Non dal corpo ma dalla testa. Del resto è lì dentro che c’è l’Io, la mente, il cervello, anche se sono tre cose diverse. Se dobbiamo cartesianamente collocarle da qualche parte, insomma, le mettiamo nella testa. 

Inizio e non sarò brevissimo ma è anche finito il 2022, mi prendo il tempo che non c’è più.

I ragionamenti riguardo alla disgregazione dell’Io nascono da un insieme di coincidenze. Inizio col dire che se esistesse (esiste) una classifica dei Pensieri Lunghi per importanza, questo avrebbe il pari merito con quello della morte. Insomma: pensieri così lunghi da occupare una vita intera o da essere così importanti da darle un senso.

Le coincidenze che mi hanno portato a rifletterci in questo anno – al punto da decidere che dalla riflessione passerò all’azione, nel prossimo anno – sono invece rappresentate dai seguenti elementi: 

  • La meditazione
  • La lettura di “Come cambiare la tua mente” di Michael Pollain
  • L’imperativo “Non ti disunire” detto dal regista Antonio Capuano al protagonista di “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino
  • Certe speculazioni sull’opportunità di esprimere opinioni o di averne proprio. 

Posso spiegare tutto, come direbbe uno colto in flagranza di reato. 

La meditazione occupa una parte del mio tempo – quella metodica, ripetitiva, abitudinaria – da quasi due anni. Ho cominciato a meditare una volta al giorno (di notte) per finire nell’ultima metà di quest’anno a farlo per due volte (mattina e sera). Non mi ripeterò in queste righe – ne ho già parlato altrove – se non per spiegare cosa la leghi al più bel libro che ho letto qualche mese fa, cioè quello di Pollain. In breve, pare che le sostanze prodotte dal cervello di chi medita siano simili a quelle prodotte durante l’assunzione di certe sostanze psicotrope di cui parla il suddetto libro. Mentre leggevo i passaggi che ne parlano mi son fatto l’idea che la meditazione generi immagini (visualizzazioni, e parlo di quelle spontanee, non evocate né costruite coscientemente, che poi a me neanche riescono queste ultime) che la avvicinano a quelle scaturite dall’azione di certe sostanze psicotrope ma con una differenza: quelle prodotte dalla meditazione sono in bianco e nero, quelle altre sono in miliardi di colori, pure innominabili e oltre lo spettro visibile. Mi riferisco ai racconti di chi ha fatto quei trip, non potendo parlare per esperienza personale. Che siano in bianco e nero me lo sono detto io stesso, perché la sostanza è che meditazione e trip generano sostanze simili ma con esiti diversi. Immagino dipenda dal dosaggio, ma il punto non è nemmeno questo. 

Il punto è che questi trip venivano spesso descritti da chi li faceva in modi simili: con colori vivacissimi e con percezioni sensoriali indescrivibili a parole. Molti non trovavano letteralmente modo per descrivere ciò che avevano provato e concludevano che il modo più preciso e umano – pur nell’imprecisione del linguaggio umano – per spiegare la sensazione che avevano avuto era quella di amore. Alcuni, specie malati terminali (è giusto specificare che il libro parla di sostanze usate in ambito medico e terapeutico) arrivavano a provare un profondo senso di pace quando gli appariva chiaro che tutto fosse amore. Era, ripeto, il modo più semplice per spiegare cosa provavano, e cioè che alla fine tutto ciò che conta è l’amore e che l’universo è fatto di amore, o che l’amore è una forza generatrice di tutto, è La Forza. 

“Amore” non è quello che intendiamo noi umani: è solo la parola che descrive meno imprecisamente la sensazione di riconnessione con l’origine delle cose e di se stessi, una sorta di ritorno a casa. Questa precisa percezione era conseguente all’atto della disgregazione del corpo. Molti raccontavano di aver percepito il proprio corpo esplodere in milioni di frammenti, di polverizzarsi e di smettere di essere un corpo. Quello è, evidentemente, il modo per ritornare a fare parte del tutto, del cosmo, della vita o come si vuol chiamare questa cosa. 

Ad alcuni restava solo una mano, altri non erano più niente, pur continuando a essere, a percepirsi. Si può ben immaginare che la sensazione che avevano all’inizio – “Oddio, sto scomparendo” – fosse piuttosto potente e disorientante, eppure il senso di pace conseguente la leniva fino ad annullarla. Forse, vien da pensare, il problema non è disgregarsi ma essere aggregati, o esserlo troppo. 

Essere troppo centrati su noi stessi è il problema.

Cartesio ci ha fregati con questa urgenza di collocarci sempre da qualche parte, di voler sapere dove siamo e in riferimento a quale sistema, mi dicevo. 

Del resto collocarsi restando al centro di un sistema di riferimento è il fondamento del nostro sistema operativo. Non è una questione spaziale – si è capito – ma esistenziale. Ogni esperienza viene filtrata attraverso l’Io che si esprime con il giudizio o le opinioni. In altre parole: ci collochiamo sempre relativamente a qualcosa o qualcuno di diverso. È il definirsi per analogia o contrasto. 

Definirsi in senso assoluto – cioè senza alcun riferimento – è la cosa più difficile, per non dire impossibile. Eppure mi sto convincendo che sia quello che hanno vissuto e vivono coloro che si sono disgregati: non avere più termini di riferimento perché disgregandosi si diventa semplicemente tutto. 

Non so come mai quel Non ti disunire sentito in “È stata la mano di Dio” mi sia rimasto impresso. Suppongo perché non l’ho capito o almeno non subito: cosa intendeva Capuano (e con lui o per lui, Sorrentino)? Che non bisogna disgregarsi o che non bisogna perdere il senso di appartenenza al Tutto, qualsiasi cosa sia questo Tutto? Mi pare che sia più interessante questa ultima interpretazione, e cioè che non disunirsi sia il contrario del restare fermi e centrati, ma sia anzi un disperdersi per respirare meglio.

Siccome ragiono per immagini – e mi avvio a concludere Vostro Onore – immagino che disgregarsi sia come fare un grande respiro che non serve a espandersi ma ad accogliere meglio il resto. Ci penso quando medito – cioè quando respiro più consapevolmente – e quando esco dal fiume della contingente. Chiamo così la realtà quotidiana, le informazioni, le opinioni contingenti che nascono per essere dimenticate il giorno dopo, quel bisogno esistenziale di affermare che si esiste perché si ha un’opinione. Ogni opinione poi è sempre un sottoprodotto dell’opinione che si ha di sé stessi, in fondo dando opinioni ci si descrive e ci si contiene dal dire l’opinione fondamentale, ossia l’alta opinione che abbiamo di noi stessi. 

Non è molto interessante, alla fine. Quindi un primo passo possibile verso la disgregazione è non considerare necessario esprimere opinioni, fino al punto di non averle neppure o di non sentire la necessità di averne.

Liberatorio, no? Penso di sì. Se non altro lascia molto tempo libero per pensare ad altro, tipo a come disgregarsi. 

Dopo quasi due anni, dicevo, considero la meditazione un punto nodale della mia vita. Quel genere di accadimenti che segnano un prima e un dopo, quelle cose che piacciono ai giornalisti e agli storici perché danno un ordine alle cose o almeno l’impressione che abbiano un senso. Come se le cose accadessero seguendo un piano. 

Lo è perché mi ha ricollocato rispetto alla vita e alle cose (parlo ancora di collocazione? Sì, ma in senso positivo, qui). Una delle prime cose che si imparano meditando è non giudicare. Nelle prime fasi della meditazione ripensi alla giornata – se la fai di sera chiaramente, al mattino è un’esperienza diversa – e lasci passare davanti a te persone cose ricordi emozioni che hai vissuto e li osservi. Non giudichi, non ne hai un’opinione e non c’è bisogno di averne una. Sono accaduti, sono passati: pace. 

Un’altra cosa bella della meditazione è che esonda dall’atto meditativo in sé e invade poco alla volta tutto il resto della vita. Dopo un po’ ho iniziato a pensare che non valesse la pena giudicare anche molte altre cose che mi accadevano. Le osservavo e basta. Inutile dire quanto sia liberatorio non solo non avere un’opinione sul 99,99% delle cose che succedono ma non curarsene proprio. Lascia molto tempo libero per respirare ed espandersi, per riuscire un bel giorno a disgregarsi. 

Non è nemmeno detto che la disgregazione sia un atto definitivo o un nuovo stato della mente: forse è una stanza dove si è disgregati per poi tornare a essere umani con un corpo e una mente. Forse lo si può fare in continuazione: aggregarsi-disgregarsi, aggregarsi-disgregarsi, aggregarsi-disgregarsi. In fondo è un cambio di stato reversibile. 

L’importante della disgregazione – capisco ora alla fine di questa dissertazione che sapevo come iniziare ma non sapevo dove sarebbe andata a finire (è il processo della scrittura, del resto) – l’importante della disgregazione dicevo, non è disgregarsi ma sapere che esiste quello stato. Sapere che si può essere disgregati, lontani da sé stessi per ritornare al Tutto e sapere anche che si può tornare indietro. Per poi tornare a essere disgregati, all’infinito. Finché non si arriverà definitivamente a quello stato, per sempre. 

In questa visione espansiva del sé – nemmeno dell’Universo, quello si espande a prescindere, bontà sua – la ciclicità del tempo e l’anno nuovo non hanno molto senso: disgregandosi si diventa tempo, non si è più suoi schiavi. Che poi siamo schiavi della misura del tempo, non tanto del tempo. In questo sistema cartesiano in cui il tempo progredisce sulle ascisse finisce il 2022 e inizia il 2023. Quindi buon 2023. E buona disgregazione.

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