Aspettando la tempesta

Fotografare l’attesa

Questa sera stavo correndo e con la coda dell’occhio osservavo una tempesta che si stava formando alla mia destra. Le tempeste — specie al tramonto — sono sempre molto interessanti fotograficamente perché il cielo diventa un fondale scuro mentre gli oggetti a terra — strade, piante, case, cose — sono ancora illuminate dal sole. Si possono ottenere delle scene fortemente contrastate, così tanto da sembrare irreali.

 

Inoltre c’erano dei fulmini molto potenti, sempre all’orizzonte. Proprio dove il sole si era accucciato, là in fondo si propagavano ogni tanto delle scariche colossali, come in un immenso generatore Van Der Graaf.

 

Volevo coglierne qualcuno ma con l’iPhone è praticamente impossibile. Mentre li guardi scatenarsi ti pare che durino pure degli interi secondi ma quando provi a fotografarli — tra il momento in cui li avvisti e quello in cui scatti la foto — non ci riesci mai. Se sei fortunato ne cogli la coda, il rantolo finale ma non l’esplosione e l’abbaglio.

 

Puoi anche appostarti e aspettare e mentre aspetti cerchi di prevedere quando arriverà la prossima scarica. Non so se esista una formula matematica. Ne dubito anzi. Credo che i fulmini si scarichino a terra quando pare loro ma durante l’attesa, visto che non hai altro da fare, inizi a fare dei conti e riesci anche a persuaderti che abbiano una base scientifica. Dopo un certo tempo sei convinto pure di presagirli, perché quella frequentazione di 9 minuti ha reso te e i fulmini degli intimi amici.

 

Ovviamente non ci prendi mai.

 

Quindi aspetti, sperando che scattare una foto ogni tanto possa meritarti un fulmine nitido e sublime colto per puro caso.

 

Neanche questo ovviamente avviene.

 

Però — ripeto — in questi casi il cielo è perfetto perché è come un drappo scuro. Quindi riesci a fare foto così.


 

Fai foto più che altro per ingannare il tempo fino al prossimo fulmine, dopo l’ultimo che ti è appena sfuggito. Per un solo attimo, un soffio, una frazione di nanosecondo. Maledetto, mi pareva che avessimo cominciato a capirci, a comunicare in qualche modo.

 

 

Sei sfuggito ancora. Avevo trattenuto il respiro, avevo teso l’orecchio per cogliere il tuo rantolo. Niente, non è servito a niente.

 

 

Da un po’ di tempo mi chiedo anche se la fotografia debba per forza raccontare storie. Quella buona sì, certo. Però mi piace pensare che sia altrettanto importante un tipo di fotografia che dice una storia così piccola e breve da consumarsi in un attimo. È più il ricordo di una sensazione e la capacità della foto di trasmetterla che altro: vuoi riguardare quella foto e ricordarti quell’esatto istante, e non parlo di foto di famiglia o delle vacanze. 

 

Parlo di quel momento in cui l’hai scattata che vuoi ricordare perché eri particolarmente presente a te stesso. Nel presente direi. Nel flusso del tempo tu eri lì e solo lì, non nel futuro né nel passato. Concentrato nell’attesa del fulmine senza pensare ad altro. Convinto quasi di poter parlare alle cose attorno a te perché — hic et nunc — ora le percepisci perfettamente. Hai trovato il modo per parlarci e vuoi ricordartelo. Quindi scatti una foto che è sia l’immagine di ciò che hai di fronte ma pure quella di te che la stai scattando.

 

Nell’essere lì in quel momento e in nessun altro luogo fisico, temporale o mentale hai fotografato l’attesa.

 

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