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Semplice

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Di due artisti che ho avuto la fortuna di conoscere, ricordo e ricorderò le opere e ciò che mangiavano. O come lo mangiavano. È già un modo curioso – me ne rendo conto – di parlare di un artista, cioè dire cosa e come mangi eppure come e ciò che si mangia dicono molte cose di una persona.

Il primo era Alessio Tasca, uno straordinario ceramista. Mangiava in ciotole, immagino, di sua stessa produzione. Mangiava cose semplici e non apparecchiava nemmeno. I pasti che offriva agli amici che lo andavano a trovare nel suo laboratorio di Nove vicino a Bassano del Grappa erano frugali (la frugalità è un tratto di questi artisti ed è una dimensione a cui tendo – la frugalità rende tutto leggero o dà a tutto il giusto peso, cioè il minor peso possibile): un bicchiere di rosso, qualche pezzo di formaggio e pane, una ciotola con una zuppa.

Anche Fulvio Testa – straordinario pittore e acquerellista – preparava (prepara tutt’ora, essendo ancora vivente, anche se è qualche anno che non lo vedo) zuppe casalinghe. Non c’era trascuratezza in quei cibi quanto piuttosto la saggezza dell’essenza migliore che si poteva ottenere da ingredienti semplici.

Ogni pasto con loro aveva qualcosa di letterario, nel senso che avrebbe potuto descriverlo uno scrittore: le pietanze, la messa in tavola, l’atmosfera, le conversazioni, la musica. La semplicità, sopra tutto.

Come e cosa una persona mangia descrive – dicevo – la persona stessa. Chi mangia voracemente dice più di chi misura il bisogno di nutrirsi e lo soddisfa. Mangiare troppo – al di là dell’esprimere un’evidente nevrosi – manifesta anche un rapporto particolare con il tempo e con il temperamento: mangia troppo chi non è in pace con se stesso e chi diffida che il futuro gli riserverà altro di cui cibarsi, e allora ingolla oggi, ora tutto il possibile.

La nostra società mangia così, oggi mangiamo così: consumiamo, ci appropriamo delle cose, le copuliamo violentemente alla fine non celebrandole, non indugiando sul loro sapore, sulla loro consistenza, sulla loro natura. Mangiare è ormai un atto politico, un’espressione di potere (anche se i politici non amano essere fotografati mentre mangiano, lessi una volta. Forse proprio perché mangiare è rivelatorio della propria intima natura, non amano essere osservati mentre lo fanno).

Ho letto una bellissima riflessione in questi giorni. È di Frédéric Beigbeder e dice:

La gente felice non consuma.

Ė un altro modo di dire che la felicità non consuma ma valorizza, non possiede ma riconosce il valore, non distrugge ma trasforma. “Consumare” – che poi definisce l’attore capitalista per eccellenza, assieme al capitalista, e cioè il consumatore – è un’azione negativa. Si consuma non lasciando altro o producendo scarti: il consumatore trasforma ciò che ha valore economico (ciò che ha acquistato) in qualcosa che non ha più alcun valore. Ė l’esito di un consumo, è quindi uno scarto. Il consumatore è il fine del mercato ma è anche un vicolo cieco: non produce alcun valore ma consuma e scarta e basta.

Bisognerebbe offendersi di essere definiti consumatori.

La gente felice, dicevamo, dà valore alle cose. Mangia e vive, ovviamente, ma ha il senso della misura e la consapevolezza di ciò che le serve. Non vuole possedere perché possedere significa essere posseduti.

Ci pensavo anche in relazione alla vita e alla sapienza. Riflettevo insomma sul cosa significa essere saggi. Chi è saggio? Mi sono dato questa risposta:

Saggio è chi si cura sempre di meno di molte cose. Chi si cura solo di ciò che è veramente importante. Saggio è colui che lascia andare ed è sempre più leggero.

Il saggio è felice? Forse. Potrei dire che forse è sereno, che è una condizione che assomiglia alla felicità e che a questa preferisco. La felicità è temporanea, è un fuoco che si spegne presto. La serenità è lunga perché è costruita e meditata e amata: la serenità è priva di umori, quindi è fatta di cose essenziali, di cose di cui si riconosce il valore, di cose prese in prestito, anche. La serenità non possiede né vuole possedere perché – in quanto assenza di umori (sereno è un cielo sgombro da nubi) – è limpida, non ha gravità, non pesa in sé e non pesa in chi la vive.

Invecchiare nella saggezza vuol dire insomma liberarsi delle cose invece che accumularle. Assaporare invece che consumare. Godere invece che copulare (le cose).

La saggezza è un processo di sottrazione, non di addizione. La sottrazione produce la semplicità perché elimina ciò che è superfluo. Ciò che resta dalla sottrazione è ciò che conta veramente: è la semplicità.

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