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Riverside Museum, Glasgow

By: Zaha Hadid
Place: Glasgow, Scotland
Year: 2011
Shot on: August, 2016

Quando un semplice segno può far venire in mente un’architettura ci si trova di fronte a un’opera iconografica. Succede per i cerchi che si intersecano del cimitero Brion di Scarpa, per la spirale del Guggenheim di Wright a New York, per le piramidi. La forza del segno diventa la forza dei volumi e dello spazio.


Zaha Hadid non era di certo inconsapevole della forza di un gesto grafico. All’inizio della sua carriera fu anzi solo o quasi la grafica pittorica a lasciarla esprimere. Già si intravedevano in quelle prospettive a più punti di fuga le sagome delle architetture che sarebbero venute anni dopo, ma di certo la tensione era la stessa: fermata nel gesto, semplificata nel segno.

 

Il Riverside Museum di Glasgow nasce da un’intuizione generata da una sagoma che inquadra i due prospetti principali: una linea tormentata che piega e spicca e si impenna e scende come il margine di una catena montuosa o un elettrocardiogramma. È una grafia quasi familiare ormai: è quella dei grafici economici, fatta di picchi e crolli, di andamenti dei sentimenti dei mercati azionari e degli animi di chi vi investe. Anche se l’applicazione qui è diversa: si tratta di un museo dei trasporti. Dentro ci sono esposte macchine, moto, camion e treni. Sotto un’unica copertura che è generata da quella sagoma estrusa, fino a creare all’interno un unico sinuoso spazio continuo in cui sono esposte tutte queste creazioni umane destinate al trasporto degli umani.

 

Il risultato però è disorientante: le cose esposte sono davvero tante, troppe. Non si può guardare in nessuna direzione senza infilarne a manciate. Non si guarda un singolo oggetto ma un insieme di oggetti più o meno grandi messi in una relazione prospettica che non c’entra niente con quella espositiva. Per questo passeggiandoci si può apprezzare l’idea della copertura che piega come un drappo ma si apprezza molto meno la congerie di cose esposte, che ti fa venir voglia di uscire al più presto. Viene da pensare che l’organizzazione classica del museo — le sale tematiche che contengono oggetti che hanno una qualche relazione fra di loro mentre non ce l’hanno necessariamente con quelli contenuti in sale contigue — abbia ancora un suo senso e che vedere una sala dedicata alle auto e una alle moto avrebbe giovato. Se non altro non avrebbe generato tutta la confusione che genera invece un programma espositivo così disordinato.

 

È un po’ come trovarsi nell’ora di punta a Piccadilly Circus: in mezzo a taxi e bici e bus e auto. L’unica differenza è che non c’è lo stesso rumore e tutto è magicamente fermo.

E poi c’è questo colore interno: invece che un neutro bianco o grigio chiaro, Hadid ha optato per questo lime molto tenue. Nelle intenzioni forse doveva avere un accento futuristico o aggiornato, ma nella realtà, specie quella di una giornata di pioggia, si rivela tristissimo e decrepito. Fa venire in mente quei rivestimenti isolanti forati di una volta, quelli che identificavano inequivocabilmente gli edifici pubblici e i loro polverosi uffici.

L’unica parte di esposizione gradevole è, non a caso, quella più organizzata: un’intera libreria di automobili posate su mensole a diverse quote. Qualcosa che puoi vedere senza intravedere altro nel frattempo, e quindi potendole godere meglio.

 

Vedendolo mi è tornato in mente [il Museo Ebraico di Berlino di Libeskind][1]: anche in quel caso ad una notevole invenzione esterna (i tagli delle finestre, il rivestimento metallico — e pazienza se poi l’ha utilizzata anche per i centri commerciali e gli alberghi) non corrispondeva un interno paragonabile in qualità e significato, se si esclude il piano terra. Anche in quel caso ci sono sale espositive poco curate e con oggetti disposti in teche e bacheche di pessimo design.


È un po’ come se sia la Hadid che Libeskind fossero stati capaci di generare un’idea così forte da divenire iconografica ma non avessero poi avuto più interesse a renderla gradevole all’interno.

 

Il che fa nascere uno sgradevole sospetto: che la forza iconografica di certe architetture venga scambiata dai loro stessi autori come sufficiente a renderle opere complete, e poco importa se l’esperienza che se ne ha visitandole è poco gradevole. Importa che basti un segno per evocarle, perché quella curva è il Riverside Museum e una finestra diagonale e tormentata è il Museo Ebraico di Berlino.
È chiaro che non è così.

 

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