Persone normali

Quando e come decidiamo che direzione prenderà la nostra vita? Se lo chiede nel suo nuovo romanzo Sally Rooney, fra molte altre cose

La prosa di Sally Rooney potrebbe essere quella di una sceneggiatura. Ci sono le ambientazioni, si intuisce l’ora del giorno in cui l’azione si svolge, c’è la stessa asciuttezza di un testo che deve solo contestualizzare una storia senza aggiungere dettagli non funzionali alla narrazione. Solo lo stretto necessario a raccontare qualcosa, lasciando che siano poi altre sfumature — quelle registiche espresse dal lavorio interiore e mentale dei personaggi — a dire qualcosa. Di azione ce n’è poca in “Persone normali”, perché la storia sta nella testa dei suoi protagonisti e non — o non molto — in quello che succede. La scrittura della Rooney è talmente asciutta da potersi definire “Minimalismo documentaristico”. È una narrazione che tratta la realtà come una scenografia e il mondo interiore dei personaggi, invece, come l’oggetto letterario vero e proprio. Ma per dare più risalto all’aspetto psicologico decide di restare in secondo piano e di far emergere solo le reazioni di Connell e Marianne alla vita. Le loro esistenze si definiscono dall’inizio del libro fino alla fine, o almeno cercano una collocazione e una direzione e il modo che ha la Rooney di narrarle è, appunto, documentaristico. Usa il tempo presente anche se l’azione si svolge nell’arco di 4 anni, da quando i due finiscono il liceo ai primi anni di università, al Trinity College di Dublino.

 

Ogni scena è introdotta come stesse accadendo ora e si svolgesse da qualche parte distante dal lettore ma contemporaneamente al tempo presente. È lo stile della Rooney ma è anche un modo per non creare distanza temporale fra il lettore e i protagonisti del romanzo, le Persone Normali.

 

Perché siano normali, o alla ricerca di una normalità, lo si capisce solo leggendolo, anche se è facilmente intuibile. E che siano normali è un altro modo — inconscio o meno — di non mettere distanza fra lettore e personaggi.

 

Connell e Marianne sono due giovani e soffrono e vivono e si evolvono o involvono come fanno due giovani e come anche il lettore più anziano ha fatto. Sono da sempre innamorati anche se non sono propriamente una coppia. Sono attratti sessualmente l’uno dall’altra al liceo e si allontanano fisicamente all’università, pur frequentando gli stessi corridoi e gli stessi ambienti. Hanno vicende personali che li portano distanti fino al punto, inevitabile, di riavvicinarsi a tratti e più volte. Sono pianeti con orbite diverse che periodicamente si incrociano e si guardano. I loro campi gravitazionali si attraggono e si respingono, a seconda dell’inclinazione del loro asse e delle loro vite.

 

Non sono persone normali ma cercano di esserlo, o almeno cercano di tendere alla normalità che la società ha costruito per loro. Se vogliono far parte di quella comunità in cui sono nati e cresciuti devono seguire le sue regole, normalizzandosi. Ma come possono normalizzarsi se le loro vite sono, secondo la logica della comunità, incompatibili? Lei, orfana di padre, appartiene a una ricca famiglia di Dublino e ha un rapporto complicato con la madre e il fratello, che non fanno mistero di non considerarla parte della famiglia. Lui è figlio di una madre che presta servizio nella famiglia di Marianne. La sua famiglia è basata sul nucleo minimo: una madre e un figlio e pochissime possibilità economiche. Entrambi sono molto intelligenti ma con caratteri opposti: definito e riflessivo lui, irrisolta e scontrosa lei. Lui è perfettamente integrato e benvoluto al liceo. Lei è un corpo estraneo, allontanato dalla famiglia e dalla comunità.

 

Se hai 40 anni non misuri la distanza fra te e loro in termini di incomprensibilità ma invece rivivi esattamente quel clima emotivo che hai attraversato, visto con gli occhi di chi ha 20 anni oggi. E questo era il compito letterariamente più complicato perché scrivere un libro che parla di una specifica età senza limitarlo al linguaggio e al senso di quella sola età non era semplice. È in questo contesto che la Rooney esce dai confini del documentario e di muove in quelli della letteratura. Perché la letteratura non ha un tempo storico ben definito, o meglio, ne ha uno più ampio di un preciso momento storico. Non è il “qui e ora” che diventerà presto obsoleto, ma è “qui e per (quasi) sempre”, per lo stesso motivo per cui Shakespeare parla una lingua dei sentimenti ancora comprensibile al giorno d’oggi. Senza scomodare paragoni che sono impropri e neanche stilisticamente raffrontabili, la Rooney scrive letteratura perché usa il tempo grammaticale presente per farlo assurgere, letterariamente, a un tempo universale, un tempo senza tempo.
Le vite di Connell e Marianne sono le vite di molte persone oggi, o fra 50 anni o 100 anni fa. Quantomeno lo sono gli struggimenti interiori, i timori, le insicurezza e le esaltazioni della scoperta dell’altro che hanno avuto e avranno intere generazioni. Per questo la letteratura ha un carattere universale e atemporale: è di tutti, è comprensibile a molti, qui, ora e in un tempo ragionevolmente prossimo. E nel caso di Shakespeare parliamo di secoli.

 

 

Essere normali è insomma la condizione di accettabilità e inclusività nella comunità. C’è un personaggio ombra lungo tutto il libro ed è l’opinione pubblica. Non quella nazionale ma quella locale. Le chiacchiere, le dicerie. i mormorii. Marianne se ne disinteressa ed è l’oggetto dello scherno costante e violento dei suoi compagni, Connell è invece ben accetto ma proprio per questo, paradossalmente, è ossessionato dal giudizio altrui. Non vuole che si sappia che si frequentano e se la incontra la tratta con deferenza, quasi non la conoscesse. Il loro incontro è sempre privato ed è la vera unione delle loro anime che sono solo due singolarità che si riconoscono e che all’esterno si ignorano o non si attraggono.

 

La normalità che cercano è quindi l’inclusione nella comunità o l’incontro con se stessi, attraverso la loro unione? Come tutti i buoni libri, “Persone normali” non fornisce risposte e soluzioni. Narra una vicenda, parla di vite di persone colte in un momento nodale della loro vita, quando l’adolescenza si affaccia sull’età adulta, quando si ha l’impressione che una decisione presa possa influenzare il corso di un’intera esistenza.

 

Marianne ha sempre la sensazione, come scrive la Rooney, che la vita sia altrove, distante da lei. Il viaggio esistenziale dei due amici/amanti si divarica in due direzioni opposte: verso l’accettazione di una comunità — scolastica, sociale, universitaria — alla quale nessuno dei due sente di appartenere e verso se stessi e la loro vera essenza. Quale sia la direzione imposta e quale quella voluta è facilmente intuibile.

 

Se il viaggio sia in solitaria o in coppia è una di quelle cose che si scopre solo soffrendo, sbagliando, sanguinando e guarendo. Vivendo, insomma.

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