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Ossessione

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Ogni città contiene almeno tre città diverse: la città di giorno, quella di notte e quella che si vede dai tetti. Che poi sarebbero quattro, perché la città che si vede dai tetti è una di giorno e una di notte. Secondo questa tassonomia, Venezia contiene addirittura cinque (o sei) città, perché c’è anche quella (quelle) vista dall’acqua.
Già questo sarebbe un interessante inizio quantistico e in una dimensione parallela c’è un me stesso che si ricorda perfettamente perché ho deciso di iniziare questo scritto che parla di tutt’altro proprio dalle città che ne contengono altre. So solo che l’ho deciso una notte dell’inizio di settembre, passeggiando dopo aver chiuso Léon di Carlo Lucarelli. In testa c’erano due parole che giocavano a carte: “città” e “ossessione”. Come la città può assumere molte forme e non ha un’immagine definita, altrettanto le ossessioni: un nome le accomuna ma mille diverse vibrazioni le rendono diverse l’una dall’altra.
Per esempio: ci sono ossessioni buone e cattive. Ce ne sono di perniciose per il fisico e la mente di chi se le trascina (e, in definitiva, ne è pure definito) ma che producono il bene, come un’invenzione può consumare chi l’ha creata e beneficiare migliaia o milioni di persone. Poi ci sono le ossessioni cattive e basta, quelle che sfociano nel patologico, quelle che sono malate e basta.
Come l’ossessione che anima la mente criminale di Léon. In cui c’è anche una città – Bologna – spesso notturna, ma in realtà descritta in equilibrio fra dì e notte, e anzi soggetta a una curiosa inversione per cui la notte fa meno paura del dì perché vi si vedono solo pochi dettagli e le anime che vi si aggirano dichiarano la loro natura luciferina, non sono ipocrite, non si nascondono. Il paradosso è che alla luce del sole si vede meno di quanto si veda di notte. Che è poi quello che vede uno dei protagonisti, Roberto, un tassista che esiste anche nella realtà e che sta su Twitter dove si chiama RobertoRedSox.
Mi hanno sempre attratto le storie in cui una città diventa una protagonista. In un altro libro che ho letto non molto tempo fa – La città dei vivi di Nicola Lagioia – Roma è un personaggio della trama, anche se una città non parla e non interagisce. Eppure non è una scena inerte: influenza chi ci vive, trasforma, esaspera i caratteri. Quelle persone non sarebbero così e non agirebbero così se non vivessero proprio in quella città.
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Ed è a questo punto che arriva la seconda parola che mi ronzava in testa quella notte, mentre camminavo nella mia città: “ossessione”. L’ossessione è uno stato mentale magnetico: quando se ne è soggetti non si riesce a pensare ad altro, è la bocca del vulcano che non vorremmo mai guardare per timore di esserne risucchiati.
Eppure l’ossessione non ha sempre una valenza negativa. Me ne sono reso conto chiedendomi perché un libro che parla di un caso di cronaca molto cruento mi attirasse, al di là della qualità della scrittura. Perché ci attira l’ossessione, qualsiasi sembianza prenda? Per capirlo ho pensato a un altro tipo di persona ossessionata dal quale siamo attratti: è quell’individuo estremamente focalizzato in ciò che fa – non a caso si dice “che è ossessionato da”, dando una connotazione prevalentemente positiva all’espressione – e che ottiene risultati, di qualsiasi genere ma riconosciuti dalla società come degni di nota, meritevoli, rilevanti.
Dove avviene lo scarto fra l’ossessione del buono e quella del cattivo? Perché l’ossessione di alcuni diventa forza assassina, a un certo punto?
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Se si sommano l’ossessione e la città si ottiene un risultato strano: si ottiene la paura. O almeno, uno dei risultati è la paura. Quella del buio, quella dell’ignoto, quella della notte. Di notte non si vede o non si distingue bene la realtà. La paura riempie gli interstizi fra il visibile e l’invisibile. La paura è una forma primordiale di ansia, o l’ansia è una forma civilizzata di paura, a seconda di come la si voglia vedere. Con l’ansia abbiamo un rapporto quotidiano, la viviamo con più o meno intensità a seconda del carattere ma chiunque la percepisce. C’è chi se ne fa sopraffare fino a trasformarla in paura feroce, chi la domina, chi la vede ma non se ne cura poi molto. Ecco cosa mi attirava di Léon: riconoscevo l’ossessione, e quindi la paura, e infine l’ansia. Quella che può ingrandirsi fino a dominare, quella che può sembrare tutto ciò che resta di una città di notte: quando ci sono personaggi sinistri a spasso ma si vedono solo le ombre, e non sono nemmeno le loro, sono le ombre delle paure.
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Dopo averlo chiuso, come dicevo, ho passeggiato un po’ per la città di notte. Ho scritto a Roberto e dopo poco mi ha risposto. Gli ho detto che mi era piaciuto molto e gli ho confessato che mi aveva fatto una certa paura. Anzi: molta. Ce lo siamo detti a vicenda, anche se con toni un filo più coloriti e meno letterari.
Continuavo a chiedermi perché mi interessasse avere paura, perché non riuscissi a distogliere l’attenzione fino all’ultima pagina. Poi ho capito che la paura mi chiamava, che pretendeva che la ascoltassi.
Ogni giorno teniamo a bada pensieri di morte, di angoscia, di paura. Siamo diventati bravi a passeggiare sulla bocca del vulcano e a non guardare giù. Poi ogni tanto ci guardiamo, anche solo per un istante. E là sotto qualcosa ci dice “Sono sempre qui”.

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