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Oscillazione

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Una volta lessi in un manuale di fotografia una cosa che riguardava la post-produzione. Non mi dilungo nel dettagliare di cosa si parla quando si parla di post-produzione, se non dicendo che è l’insieme di modifiche che vengono apportate a un’immagine per darle la forma e la sostanza che il fotografo vuole. I filtri di Instagram – per capirsi – sono una specie di post-produzione sommaria, o automatizzata, per dirla più gentilmente. 

Cosa diceva questo manuale? Diceva che quando si opera su un aspetto della foto – per esempio la luminosità, il contrasto o la dominante cromatica – è più efficace apportare inizialmente modifiche radicali e poi, poco alla volta, dosarle con più misura. A cosa serve esagerare, pur se con metodo? A rendere più evidenti gli effetti delle modiche che si stanno introducendo. In altre parole: modificando lievemente un’immagine è difficile cogliere l’entità del cambiamento, mentre esagerando volutamente e poi – poco alla volta – diminuendo la portata del filtro, si può capire meglio l’effetto che fa. Il passo successivo è moderare sempre più le oscillazioni dei parametri, esattamente come fa un pendolo (che oscilla) man mano che si approssima al suo stato di equilibrio con escursioni sempre più contenute. 

Se lo stesso pendolo oscillasse impercettibilmente (pur oscillando) sarebbe più difficile capire che è in movimento. Se lo fa platealmente – almeno all’inizio – la dinamica è più visibile.

Mi capita spesso di ripeterlo ai miei studenti: “oscillate”, gli dico, e intendo “sperimentate il più possibile, esplorando soluzioni apparentemente molto distanti fra di loro. Più c’è distanza fra i due estremi, più c’è tensione, più si capiscono le potenzialità di ciò che state facendo”. In altri termini, l’oscillazione applicata ai ragionamenti, alle opinioni, ai progetti è uno stress test per capire quanto buoni sono i presupposti, per metterli, appunto, alla prova. Ed è anche un metodo che si può applicare in certi campi perché è una simulazione: l’applicazione degli effetti a una foto simula il risultato finale e il procedimento può continuare finché non si concludono le modifiche.

L’oscillazione è anche un utile strumento per allontanarsi e opporsi a una potente forza della cultura contemporanea, e cioè la normalizzazione. Tutto ciò che devia dalla norma è infatti visto come sbagliato, fuori dai canoni, errante. Eppure – come dicevamo nel numero dedicato all’errore – senza deviare non si possono trovare altre e nuove soluzioni e, allo stesso tempo, procedendo sempre sulla strada della norma non si possono che trovare soluzioni prevedibili e scontate. 

Non oscillare nell’editing fotografico significa non modificare l’immagine, cioè restare in prossimità di ciò che ha “visto” la macchina fotografica che, per ragioni ottiche che non sto qui a dire, non vede come l’occhio umano, sia fisico che mentale.

Un’ultima nota: è curioso come certe considerazioni che si trasformano in pensieri lunghi e meditazioni vengano dai luoghi più inaspettati, come da un manuale di fotografia che parla di tutt’altro. La verità è che certe cose e certi pensieri appaiono dove non ci si aspetta di trovarli. Si tratta di indizi o di apparizioni: la mente li coglie e, se non li riconosce subito come più significativi di quel che appaiono, li mette in qualche luogo e torna a trovarli saltuariamente. Perché vi ha visto qualcosa di interessante anche se non del tutto chiaro.

L’idea di usare il concetto dell’oscillazione a diversi ambiti e non solo a quello dell’editing fotografico è essa stessa l’esito di un’oscillazione: quella che cambia il contesto, in questo caso dall’editing fotografico a tutto. Può trattarsi di qualsiasi argomento e di ogni ragionamento, riferiti a qualsiasi ambito: la forza di un concetto è infatti anche quella di adattarsi a diversi ambiti.

E dalla manualistica fotografica si può passare a riflessioni più generali e ampie, passando per un corso universitario in cui gli studenti si sentono ripetere una cosa che magari non afferrano subito: oscillate più che potete.

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