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L’arco narrativo di Chef’s Table

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La serie gastronomica per eccellenza di Netflix è senza dubbio Chef’s Table. Fra le sue forze – oltre alle storie degli chef che vi vengono narrate – vi è soprattutto la capacità di costruire e raccontare quelle vite, attraverso una scrittura di buona qualità e immagini perfette.
Dell’arte di raccontare si può pensare che sia il risultato di un talento, e ciò è vero solo in parte: c’è sicuramente dell’arte nel raccontare le cose ma c’è anche molta scienza, specie nella costruzione tettonica della storia e nell’aggregazione delle sue parti.

L’arco narrativo di Chef’s Table si ripropone sempre uguale in ogni puntata. Consta di:

1. Introduzione, a partire dal successo del protagonista e del suo/suoi ristorante/i
2. Racconto in prima persona
3. Filosofia della sua cucina
4. La crisi e l’importanza dei rapporti umani (A, B o C – spesso la famiglia ma anche la forza individuale)
5. Il superamento della crisi
6. Il consolidamento del successo
7. La sostanziale consapevolezza del proprio successo.

Questo arco narrativo non varia praticamente mai. È in definitiva il solito viaggio di Ulisse attraverso terre sconosciute, costellato da prove come le difficoltà lavorative, l’allontanamento dalla famiglia di origine, la costruzione di nuovi punti di riferimento (un maestro, una nuova famiglia).

Altri elementi che si ripetono sono:
A. Vita pubblica/professionale e privata si mescolano e influenzano a vicenda
B. I momenti o i racconti nel racconto sono arrangiati attorno alla struttura che non varia mai, e cioè:
– Successo
– Individuazione della strada da percorrere
– Crisi per la perdita della direzione
– Inizio della rinascita o del disvelamento della missione
– Crisi potenzialmente distruttrice (ma se siamo qui a parlarne, devastante non è stata)
– Superamento della crisi e trionfo.

Altra caratteristica è che gli elementi della storia sono svelati poco alla volta e che all’osservatore/spettatore viene data l’illusione di aver capito tutto sin dall’inizio. Per esempio, spesso il racconto allude all’importanza della famiglia per far poi scoprire che questa si è disgregata, oppure lascia intendere che una vita di così grandi sacrifici sia diventata un’avventura solitaria perché nessuno capisce o può stare al fianco di chi è investito di tale missione, salvo poi svelare che al suo fianco il nostro eroe ha moglie e figli (o marito e figli).

Il non svelare tutto subito, il far credere qualcosa per poi negarlo fa parte della sapienza narrativa che è basata non sulla storia in sé ma sulla narrazione della storia, che è un’altra cosa. In questo senso l’inserimento dei conflitti ha lo scopo di far capire non solo che il/la protagonista ha dovuto superare prove ma che queste l’hanno rivelato/a e ne hanno costruito e fortificato il carattere.

Se la storia fosse solo agiografica sarebbe terribilmente noiosa ma il conflitto interiore o l’assalto della cruda realtà permettono l’identificazione (almeno apparentemente, o “fanno questo effetto”) dell’osservatore nel protagonista, che si sente umanamente partecipe della vicenda, che si riconosce nel protagonista.

Quindi:

– Storia potente e di successo (dichiarato subito, anche perché queste puntate celebrano, non raccontano qualsiasi storia, anche la più deprimente)
– Crisi (ma allusa via via, mai nota all’inizio) (in genere situata a 3/4, prima della risoluzione e coincidente con la massima tensione narrativa, spesso appena preceduta da un racconto positivo (riconoscimenti, successo) che è messo in crisi da fattori esterni, da irrisolti psicologici/familiari ecc.
– Superamento della crisi
– Trionfo finale.

L’assunto di fondo è che non esisterebbe chef di qualità se non avesse superato prove più o meno esistenziali e che quindi la qualità è esito anche della sofferenza, o meglio della capacità di affrontarla e superarla.

L’effetto notevole che ogni puntata fa scaturire è che permette l’identificazione dell’osservatore nel protagonista (sia per omologia che per contrasto) e motiva all’azione positiva, grazie alla comprensione degli strumenti: la tenacia, l’intuito, anche il caso.

Ogni puntata ha sempre questo schema, tanto che si può prevedere con previsione millimetrica dove si situano rivelazione, crisi, intuizione, rinascita ecc.
Indubbiamente efficace, tanto che al di là del tema che mi interessa a prescindere, si tratta quasi di un format (anzi: è proprio un format) che si riferisce a una precisa modalità narrativa che potremmo anche definire “À la Chef’s Table”, con la differenza che non è peculiare di questo show e che tantissimi lo usano perché efficace, a prescindere.

(Cover: Photo by redcharlie on Unsplash)

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