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Ironia

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Una volta mi dissi che l’ironia era uno strumento esistenziale povero e codardo. Mi pareva che usarla fosse un modo pavido per non confrontarsi con la realtà, come mettere una coperta scura sulla verità.

Col senno di poi e qualche anno in più ho imparato ad amarla per quello che è: un formidabile meccanismo mentale capace di intrecciare livelli di elaborazione intellettuale distanti fra di loro, generando nel contempo nuovi oggetti mentali.

In verità l’ironia a cui pensavo era quella più degenere, cioè la dissimulazione della verità, quel modo viscido di celarla per timore che risplenda troppo o che ferisca. A questi mezzi preferivo piuttosto la categorica enunciazione del sic stantibus rebus: dato che così è, che così sia. Chiamavo insomma ironia quello che è piuttosto un atteggiamento ironico che continuo a considerare sgradevole: per esempio trovo che essere autoironici spesso celi un alto e magari ingiustificato concetto di sé che viene depotenziato con un sorriso che vuole nascondere la vera natura delle cose. Trovo insomma che vi sia più onestà nell’essere presuntuosi che nel fingere di non esserlo nascondendosi dietro l’ironia. 

L’ironia non può infatti prescindere da alcuni elementi per essere tale: contiene sempre frammenti di verità, solo che li rimescola in modo da farne vedere solo un po’, illuminandoli con una luce che li fa sembrare altro.

Quindi trovo molto più interessante il processo da cui scaturisce l’ironia. Lo è per svariati motivi ma soprattutto perché ha una natura complessa dal punto di vista concettuale. L’ironia infatti agisce a un livello cognitivo complesso. Usando strumenti come i paragoni o il linguaggio figurato non potrebbe essere altrimenti: coloro che sono ironici e chi capisce l’ironia la afferrano perché la rielaborano e ne capiscono la chiave di lettura. Oltre al fatto che ogni ironia rimanda a qualcos’altro, cioè dice una cosa per intenderne un’altra.

IA

Ci pensavo anche in riferimento all’Intelligenza Artificiale, specie quella applicata al linguaggio. Per quanto i progressi fatti negli ultimi anni e per quanto sia sempre più raffinata nel comprendere ciò che diciamo e vogliamo e chiediamo, un suo limite resta (per ora) la sua incapacità creatrice. La IA può capire e rispondere con pertinenza ma non può creare concetti. O quantomeno non ne può creare di coerenti o originali. Oppure di assemblati con parti esistenti ma in una forma inedita e congruente. E l’ironia è un concetto di questo tipo: è composta da parti e, per funzionare, deve rispondere a definiti requisiti.

I meme, per esempio, sono rappresentazioni visive di concetti che non sono comprensibili di per sé ma solo in relazione a un contesto molto più vasto. Per capire un meme bisogna conoscere non solo il suo riferimento primario (un’immagine celebre, l’espressione di chi è ritratto in una foto, un disegno) ma anche quello secondario, e cioè l’universo culturale a cui si riferisce il testo che li accompagna. I meme sono una buona rappresentazione dell’ironia: per certi versi sono costruiti con un meccanismo simile a quello dell’ironia, ossia quello dell’assemblaggio di ambiti semantici diversi che, grazie alla sintesi operata dalla mente, magicamente dialogano fra di loro e hanno un senso. Eppure ce l’hanno solo a patto che l’osservatore possieda la chiave di lettura, cioè che colga i fili che collegano gli elementi (che capisca il messaggio iconografico e quello grafico di un meme) e che li sintetizzi, in modo da poter vedere quale oggetto mentale si è creato con quel processo.

La manifestazione della efficacia dell’ironia è il sorriso di chi la coglie. Per questo non temerò l’Intelligenza Artificiale fintanto che non saprà cogliere l’ironia e riderne. Per saperlo fare dovrà avere una capacità per ora nota solo al cervello umano, e cioè quella di saper cogliere i significati ulteriori delle cose e delle immagini e di poterli assemblare in modo coerente.

Immagino che chi si occupa oggi di IA stia facendo anche questo: stia addestrandola ad andare oltre il significato letterale per addentrarsi in quello laterale. Solo il cervello umano è capace di muoversi fra diversi piani di significato e, quando ci riesce, spesso ne ride. Perché il funzionamento perfetto di un ragionamento dà gioia, e percepire il clic del meccanismo ironico non può che far sorridere. 

Temo solo l’Intelligenza Artificiale che sa far ridere e soprattutto che ride. Non perché è programmata per farlo ma perché ha capito cosa c’è da ridere.

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