C’è un gioco a cui non puoi scegliere di partecipare o meno: ci sei dentro e basta

“The Game”, il nuovo saggio di Baricco spiega i mondi i cui viviamo e chi siamo, siamo diventati e diventeremo

Una storia contemporanea, che sapessi, non era stata ancora scritta. E per “contemporanea” qui intendo “istantanea”, perché Baricco in “The Game” parla dei tempi correnti mentre accadono (spesso lungo le pagine commenta anche fatti di cronaca o li annota a margine, perché accadono mentre scrive quelle righe e sono di pochi mesi fa), tracciando un storia che non inizia molto tempo fa, suppergiù una cinquantina d’anni fa, quando l’uomo strinse un patto con le macchine e forse non se ne rese neanche conto.

 

Era un uomo uscito da pochi decenni dall’incubo dei conflitti mondiali e da un conflitto interiore e psicologico ancora più devastante: Baricco ritorna a un tema a lui caro — e che dovrebbe esserlo a noi tutti perché da lì veniamo — ed è il Novecento: la sua crisi, le sue forze sotterranee e meno che hanno gettato l’uomo moderno in una crisi esistenziale che non ha ancora risolto.

 

Ogni crisi porta nella sua instabilità il germe di una soluzione e questa è stata la macchina. Una possibile soluzione, almeno, capace di farci uscire dal mondo che aveva generato morte e distruzione e che ci aveva messi in crisi come esseri umani, materiali e mentali. La macchina ci ha offerto una via di uscita verso quello che Baricco definisce l’Oltremondo: un mondo non materiale ma che diventa tale solo nella mente, attraverso le parole e il racconto. Ed è un mondo che ci è molto familiare, anche se non lo chiamiamo così: è quello dei social, è quello delle molteplici identità che possiamo inventarci e offrire agli altri. Questo siamo noi nel mondo materiale ma c’è dell’altro: seguitemi da questa parte e ve lo mostrerò.

 

In quanto scrittore, Baricco gravita attorno al potere della parola che è la vera forza generatrice dell’Oltremondo: le cose esistono perché le nominiamo e quell’altra realtà alternativa esiste perché ci trasferiamo là ogni tanto. La nostra generazione l’ha visto nascere e lo considera ancora un’esperienza separata da quella reale che ferisce o fa gioire agendo sulla materia e sull’uomo. La materia dell’Oltremondo è infinitamente più leggera e impalpabile: sono i bits, il sistema binario, il cloud, chiamalo come vuoi. Eppure ogni volta che le parole e le immagini — ferme o in movimento — si aggregano in una qualche entità, nell’Oltremondo si genera un oggetto che è reale là e lo è pure qui, nel Mondo oggettivo. Questi sono i due “cuori pulsanti” — come li definisce Baricco — che generano quella che chiamiamo realtà. C’è chi ha imparato a spostarsi fra i due e li tiene mentalmente ancora distinti: sono quelli che sono nati quando il reale era ciò che potevi vedere e toccare e che sanno che l’Oltremondo è solo un’altra possibilità del reale, ma ha una dimensione diversa, è fatta di impressioni, parole, racconti. Poi ci sono quelli che sono nati quando l’Oltremondo esisteva già e si spostano fra l’uno e l’altro senza accorgersi di varcare una soglia: per loro le realtà sono una sola, a prescindere dal peso degli atomi che le compongono.

 

A governare il tutto è il Game: un gioco, appunto. Una cosa leggera, quasi inoffensiva. Eppure con delle regole. Nel Game funziona solo ciò che è veloce e che scivola bene sulla superficie perché quella è la dimensione del Game: piatta e orizzontale, dove con uno sguardo vedi tutto, come il feed di Facebook o di Twitter. Nel Game vedi tutto e subito. Ogni individuo vale come un altro. I giocatori non possono nascondersi e come in ogni gioco che si rispetti seguono delle regole (o hanno trovato il modo di fotterle). Ma anche questo fa parte del gioco (ed è il tema centrale di una delle parti più interessanti del libro, ossia quella relativa alla Post-verità). E siccome di un gioco si tratta, sei un giocatore e hai un punteggio: sono i follower di Twitter, sono i like di Facebook o di Instagram.

 

C’è una data precisa in cui il Game è nato ed è la nascita dell’iPhone. 9 gennaio 2007, segnatevi questa data, come direbbe Baricco nella sua prosa diretta e informale. Definire un gioco la realtà o quello che nella semplificazione teorica Baricco definisce l’Oltremondo potrebbe sembrare eccessivo, eppure di quello di tratta: dopo quella data per la prima volta passare da un mondo all’altro, varcare quella soglia è diventato facile come pigiare l’icona di un’app: quella si apre e tu sei dentro a un’altra dimensione. Non solo perché è un gioco in quanto tale ma anche perché tutto è facile e colorato. La similitudine con i videogiochi dell’iPhone e di molti mezzi che usiamo per andare nell’Oltremondo non è casuale. E le regole che governano quel mondo non sono diverse da un gioco: hai un punteggio (i follower, i like) e per mantenerlo alto puoi solo giocare, incessantemente. A ben pensarci non puoi neanche pensare di starne fuori: oppure puoi farlo ma ormai il Game è così permeante che chi c’è dentro ed è in contatto con te finirà per influenzarti in qualche modo. Il Game ha vinto perché è una risposta elegante e funzionale a un problema secolare: l’individuo si è disintegrato dopo il Novecento e dopo aver osservato le macerie che la cultura più raffinata ed evoluta mai concepita aveva lasciato dopo aver scatenato due guerre mondiali e aver messo in crisi con precisione maniacale ogni scienza che aveva partorito e ogni letteratura e poesia ha cercato altre risposte. E quelle sono arrivate da una élite non eletta e che nemmeno si considera tale: quella degli informatici e degli ingegneri. In Matrix li avrebbero chiamati gli architetti ma definirli tali significa dargli una patina novecentesca e classica e infatti Matrix è nato ben prima del Game. I costruttori delle infrastrutture della realtà dell’Oltremondo sono degli ottimizzatori che creano tools intelligenti ed eleganti, che risolvono problemi in maniera silenziosa e perfetta. Sono una élite perché hanno la conoscenza, non perché ci tengano ad esserlo. Non hanno un programma ideologico ma un’idea: si possono creare oggetti impalpabili dal design filante, possono farli in modo che penetrino qualsiasi materia e planino su qualsiasi superficie perché la gravità nell’Oltremondo non esiste. È una visione molto immaginifica quella di Baricco ma non la definirei poetica. È molto concreta invece.

 

“The Game” è per tre quarti una lettura storica degli ultimi decenni. Anzi: geografica, perché Baricco si diverte a dare una forma all’Oltremondo, immaginandolo con una sua geografia precisa in cui emergono poco alla volta isole più o meno grandi: c’è quella di Space Invader (un gioco ma anche una metafora molto potente su cui ritorna spesso), quella del personal computer, di Google, di Apple e Amazon e così via. Tutte entità che stanno nel Mondo ma che prosperano offshore nell’Oltremondo, generando capitali che ritornano sotto forma di dollari nel Mondo. Un movimento circolare che trasforma l’immaterialità dei bits in concretezza monetaria. Ma non è questo il punto. Il punto per Baricco è che la storia gli serve per segnare il percorso fin qui fatto per arrivare a illuminare la strada che abbiamo di fronte. E per farlo deve passare per due varchi che, si capisce, gli stanno molto a cuore: la post-verità e il senso dell’arte in questo tempo e, presumibilmente, in quello futuro.

 

La post-verità è un termine relativamente nuovo. Non è una menzogna e il fatto che contenga la parola “verità” nel suo nome indica una sua importante caratteristica: la post-verità contiene frammenti di verità ma è percentualmente falsa. Normalmente ci concentriamo solo sulla natura fallace ma una menzogna è diversa ed è integralmente falsa. La post-verità è un oggetto dell’Oltremondo e in questo viaggia a velocità supersoniche. Affiora ovunque e porta con sé elementi di falsità ma anche di verità. La Verità, quella monolitica e oggettiva del Novecento è lenta, si muove a fatica nell’Oltremondo. La conservano le elite, soprattutto quelle culturali. Baricco è affascinato dalla teoria che ha messo a nudo: il Game è una risposta elegante, il Game è il presente ed è il futuro, è già permeante e lo sarà sempre di più, le generazioni nate nel Game non distinguono più fra Mondo e Oltremondo. Questo lo porta a dire che devi accettare le regole del gioco se vuoi giocare. Devi saper creare oggetti dal design capace di planare sulla superficie delle cose, vere o meno che siano. Politicamente il discorso si riconduce alla constatazione che le destre hanno capito come farlo e le sinistre no, perché hanno la testa ancora radicata nel Novecento e usano tool vecchi. È una spiegazione del presente ed è molto probabilmente centrata ma credo soffra un po’ della luce abbacinante che una teoria elegante proietta: non spiega tutto e lascia molte zone d’ombra perché in definitiva dice che per contrastare la produzione di post-verità bisogna opporvi altri oggetti che abbiano una natura simile. Forse altre post-verità in cui la componente di verità sia magari un po’ più alta. Forse. Ma alla fine credo che Baricco — senza dirlo esplicitamente, dubito senza rendersene conto — ammetta che la Verità è un oggetto del passato che non è sopravvissuto al Novecento. È rimasto solo nei libri, quelli di carta. Nella memoria, quella dei Saggi. E di cosa ha bisogno la Verità per essere definita? Del Bene e del Male, di due termini antitetici ben definiti. Ci sono ancora? No: la più raffinata cultura mai elaborata li ha distrutti e rimescolati in qualcosa che non assomiglia né all’una né all’altro. Il compito degli ingegneri è quello di inventare tools che analizzino e facciano viaggiare su questa Nuova Materia. Che la scandaglino e ne trovino i lati positivi, mettendoli a fruttare qualcosa che crei un oggetto adatto all’Oltremondo, che è ormai la Realtà e basta. Bene e Male non esistono più e Mondo e Oltremondo sono un’unica cosa. Il Novecento è finito e ne sopravvivono solo roccaforti protette da guardiani sempre più vecchi che non capiscono cosa succede. Hanno un compito e quello svolgono. Vedono barbari ovunque e da quelli si difendono. Ma i barbari sono quelli che costruiscono i tool migliori, i barbari sono quelli che non hanno un passato. Sono nati nel futuro e il passato è una cosa lenta e poco interessante. C’è ma non se ne curano loro.

 

Concludo con una mia personale ossessione che, come tale, non imputo a Baricco in quanto omissione. È il Tempo. Io credo che distrutto il Novecento e risolto il rapporto che ne avevamo — magari in maniera un filo brutale — ci sia rimasto da risolvere l’enigma del tempo, ammesso che ci riusciremo mai. Non parlo del viaggiare nel tempo, parlo della percezione che ne abbiamo. Io credo che le nuove generazioni — e noi siamo già vecchi, tool da buttare via perché inadatti e lenti — abbiano un rapporto completamente diverso dal nostro con il tempo. Hanno una visione orizzontale e contemporanea delle cose. Vedono le connessioni o se anche non le vedono le sanno sfruttare. Generano oggetti che noi facciamo fatica a generare. Si osserva giustamente che oggi non si inventa più niente di rivoluzionario. Anche l’iPhone non è rivoluzionario: è solo un’ottimizzazione e una ricomposizione di cose che esistevano già. Altri dicono che questa è la dimostrazione del fatto che il futuro non esiste più. Non perché non ci sia e non accadrà ma perché il futuro è già presente. Oggi viviamo nella 

 

Supercontemporaneità: tutto accade nello stesso momento, tutto è collegato, anche il futuro è ora. Il passato non è rilevante, la memoria è sottile e invisibile. È affidata a sacerdoti che presto scompariranno o a edifici che diventeranno rovine. Cosa e chi può decidere se conservare la memoria sia prioritario? Gli uomini. Non le macchine, non l’Oltremondo e la sua coscienza (che è poi la somma di chi lo abita): quello accetta e promuove solo l’efficienza e il design funzionale e funzionante, non di certo la lentezza e la profondità. E la memoria è profonda perché deve poggiare sul passato per emergere nel presente e vedere il futuro. Ha tre dimensioni, soprattutto temporali. È pesante e la pesantezza non è efficiente.

 

Stiamo perdendo la memoria perché l’abbiamo affidata a entità eteree che vivono solo se stimolate elettricamente. Non abbiamo risolto il nostro rapporto con il tempo perché quello che il passato ci ha consegnato il Novecento era troppo doloroso. Meglio rimuoverlo. Meglio costruire nuovi mezzi per planare sulla superficie di una realtà piatta e orizzontale. Non costruiamo più sommergibili e nemmeno aerei. E c’è chi ci riesce meglio di noi.

 

Eppure il tempo sta lì. È sopravvissuto alla distruzione delle categorie morali e alle crisi delle scienze e delle filosofie. È un occhio che ci guarda, un po’ materno e un po’ sauroniano. Distogliamo lo sguardo ma sappiamo che ci guarda. Non era un compito che si era prefisso Baricco quello di risolvere l’enigma del tempo: lui l’ha descritto evidenziandone alcuni meccanismi più o meno evidenti. Forse nel prossimo saggio, mi permetto impunemente di suggerirgli, potrebbe affrontarlo. Ho anche un titolo: “Il tempo è piatto”. Come conclude lui in “The Game”, sarà un’altra storia di umani, ancora una volta.

 

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