Blackstar

L’ultimo — per sempre — di Bowie è un album semplicemente stupendo

Nei due video sino ad ora pubblicati tratti da Blackstar — l’ultimo stupendo album che ci ha donato pochi giorni prima di morire — Bowie appare con gli occhi fasciati. Due bottoni li sostituiscono e l’effetto è molto straniante, per non dire sinistro.

 

 

Nell’ultima parte della sua vita Beethoven era completamente sordo. Nell’ultima parte della sua vita Beethoven compose i suoi migliori quartetti per archi. Così avanti da risultare — immagino — quasi incomprensibili ai suoi contemporanei.

 

Forse solo chi ha ascoltato molto jazz — di quello difficile — può capirne la grandezza e misurare quanto al tempo potessero sembrare fuori da ogni gusto dell’epoca. Si racconta che delle sue composizioni per pianoforte dicesse «Ecco qualcosa che darà del filo da torcere ai pianisti. Quando le eseguiranno fra 50 anni».

Non uso questo esempio per dire che Blackstar è incomprensibile, perché non lo è. Ci sono alcune tracce, come Lazarus o Dollar Days, che sono perfettamente contemporanee, gradevoli, gentili quasi: delle ballate bowieiane, dei malinconici, riflessivi, perfetti classici. Pur non essendo delicate nelle parole. Non vogliono compiacere ma hanno un’apparenza gradevole.

 

Ce ne sono altre, come l’intro Blackstar, che invece spiazzano e richiedono un ascolto molto attento: Bowie canta su una batteria in levare che segue un ritmo diverso dalla sua voce. Come sentire due tracce diverse e con tempi difformi suonate assieme. Blackstar si presenta disturbando e creando disagio.

 

Ho pensato a Beethoven perché considero quei quartetti enigmatici da qualche decennio almeno (non me li spiego — spero di non riuscirci mai) e perché entrambi hanno lavorato per sottrazione. Una imposta e fisiologica, quella di Beethoven, e una non così evidente come quella di Bowie.

 

Mi ci ha fatto pensare quella fascia e quella cecità così esibita. Entrambi hanno sentito meno o hanno visto meno, ed entrambi hanno illuminato meglio che se avessero udito, che se avessero sentito. Si dice che chi perde l’uso di un senso acuisce quelli che gli restano. Chi non vede sente meglio. Chi non parla ascolta con più attenzione. Le percezioni captate dai sensi superstiti sono potenziate. Non è insomma insolito nemmeno dal punto di vista medico che Beethoven abbia potuto sviluppare un udito interno che gli ha fatto comporre quei quartetti.

 


Non so se nel caso di Bowie la malattia abbia inciso. Probabilmente non lo si scoprirà mai e non ha molta importanza. Ci sono molti riferimenti alla morte e alla fine nei testi di Blackstar ma non mi stupirei se li avesse scritti 40 anni fa. Quello che importa è che il vuoto lasciato da quello che Beethoven e Bowie stavano perdendo è stato colmato da entrambi con la musica, con l’arte. Non da una meditazione malinconica ma da una cosa nuova. Cose mai sentite prima. Forse in maniera più evidente in Beethoven ma non di meno in Bowie.

 

Bowie, un artista che ha elevato il pop a forma d’arte. Perché la sua forma d’arte era la canzone e la canzone è, stupidamente, una forma d’arte minore. Popolare ma non per questo incapace di vette sublimi. La canzone era la sua lingua e con quella si esprimeva superlativamente.

 

Quindi le sette tracce di Blackstar sono canzoni: la prima più lunga, le altre meno ma comunque di più della famigerata lunghezza del cosiddetto “radio edit”, cioè la durata radiofonica di 3 minuti e mezzo. Sono tracce che vogliono dire qualcosa di più e si prendono il loro tempo. E lo fanno con forme non sempre compiacenti perché anche e soprattutto nella sua ultima opera Bowie non voleva compiacere nessuno, come del resto ha fatto per tutta la sua vita. Voleva solo dire quello che aveva da dire e che sentiva di dover dire. Per il rispetto sacro che aveva della sua arte, che doveva essere sempre venerata ed esaltata.

 

Quel che la vita tolse a entrambi, loro colmarono con l’arte. Potrebbe essere un adeguato epitaffio per questi due generosi artisti che fecero la loro arte fino alla fine. La loro sublime arte.

 

C’è un altro particolare di Blackstar: la voce di Bowie. Sempre la sua voce, incredibilmente stabile e costante nei decenni, con lo stesso inconfondibile timbro eppure qui ancora più ricca di sottintesi e sfumature. Usata come uno strumento incredibilmente malleabile e complesso. Dalla sussurrata Blackstar ai picchi gioiosi di Dollar Days, la sua voce è uno strumento usato con sapienza e precisione, per un motivo.

 

L’arte più elevata non ha una ragione apparente. Può anche risultare incomprensibile. Ma esiste sempre un momento nel tempo in cui le sue ragioni si spiegano: quando i perché degli elementi che la compongono hanno una ragione d’essere e formano un equilibrio armonioso. La batteria in levare di Blackstar può risultare fastidiosa oggi, ma completa una voce trascinata e meditativa. Non poteva starci altro.

L’arte è una sottrazione: quello che c’è serve e c’è solo quello che serve. Quello che la vita toglie all’artista l’arte lo compensa.

 

Bowie non vede più, Beethoven non sentiva più. Ma le privazioni gli fecero sentire meglio, più nitidamente. Noi dobbiamo ascoltare. E ringraziarli, entrambi.

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