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Labilità

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Labilità

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C’è una scena in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (mi rifiuto, come sempre, di usare il titolo italiano) in cui il protagonista Joel cerca disperatamente di nascondere il ricordo di Clementine nei luoghi più remoti della sua mente. Non nei ricordi ovvi, quelli della loro relazione, ma in quelli dell’infanzia, nella vergogna, nell’umiliazione. Cerca di portarla dove il “raggio cancellatore” della Lacuna Inc. non possa trovarla. Vuole proteggerli, li vuole conservare meglio.

Curioso che, per parlare di memoria, scelga di parlare di un film che ho visto anni fa e che quindi ora sto ricordando. Dovrei rivederlo per essere sicuro di questi dettagli ma ricordo che, lungo tutta la storia, lui è indeciso fra lo sradicare definitivamente i dolorosi ricordi di lei e il conservarne alcuni. Ma, appunto, sto ricordando. Forse nemmeno bene. La memoria, si usa dire, è labile.

Ho scoperto che i ricordi sono salvati grazie a processi biologici. Potevo sospettarlo ma, studiando un po’, ho capito che le neuroscienze sono giunte a queste conclusioni, o almeno a capire il meccanismo che ci permette di salvare un ricordo e poi di richiamarlo in superficie. Di metterlo in un archivio mentale e di estrarlo poi, in un momento futuro.

Quel film di Michel Gondry e Charlie Kaufman aveva intuito qualcosa che va oltre la semplice poesia. Avevano intuito la biologia.

La storia del film era un po’ così: per cancellare un ricordo devi prima sapere dove si trova. Quindi devi mappare la mente, sapere dove di trova cosa e poi usare il raggio cancellatore per fare pulizia. Ma prima bisogna rendere attivo il ricordo su cui operare.

La memoria non è una biblioteca o un hard disk. Non conserva originali immutabili del presente ormai diventato passato. Rievocare un ricordo ha un costo – cioè quello della sua alterazione – ma anche un vantaggio biologico. Il processo di scrittura – e riscrittura – della memoria la altera, più o meno. Sembrerebbe una sciagura (allora, per non sciupare i ricordi, è meglio non rievocarli mai – ma allora a cosa servono?) e invece è un meccanismo di protezione della mente stessa.

Ogni volta che prendiamo la scheda del ricordo dallo scaffale, non ci limitiamo a leggerlo: lo riscriviamo.

Si chiama riconsolidamento. Per ricordare, il cervello deve rendere la traccia mnestica fisicamente instabile. Una traccia mnestica (o mnemonica) è l’impronta fisica e psichica che un’esperienza lascia nel nostro cervello.

In altre parole, è il cambiamento biologico che avviene nella testa quando impariamo o viviamo qualcosa di nuovo. Senza tracce mnestiche, non avremmo ricordi.

In neuroscienze e psicologia la chiamano anche engramma. Mi sembra un nome bellissimo.

Gli engrammi o tracce mnestiche si formano quando i neuroni si attivano per memorizzare una nuova informazione: un concetto, un volto, un evento. A differenza di un video registrato che rimane sempre uguale, le tracce mnestiche però sono dinamiche.

Ogni volta che una memoria viene evocata, la traccia mnestica diventa instabile per un breve periodo e può essere modificata prima di essere salvata di nuovo. Questo è il riconsolidamento.

Ecco cosa avevano intuito Gondry e Kaufman: che per cancellare un ricordo devi prima attivarlo, renderlo instabile. La Lacuna Inc. usa questo momento di vulnerabilità biologica. Ma quello che il film mostra – e che Joel scopre mentre cerca di nascondere Clementine – è che ogni volta che richiamiamo un ricordo per proteggerlo, lo stiamo già cambiando. La procedura di cancellazione è solo una versione estrema di quello che facciamo naturalmente ogni giorno.

Ciò significa che ogni volta che si ricorda qualcosa, l’engramma è esposto e riscrivibile. Inconsapevolmente potrebbe essere modificato, aggiungendo o togliendo dettagli, e alterando la traccia originale. Ma è poi un male?

Quando, dopo essere stato evocato, il ricordo torna in archivio, non è più quello di prima. L’Io corrente, quello del presente più o meno distante dal passato che quella memoria richiama oggi, è diverso dall’Io passato. È ovvio, se ci si pensa: la persona che ricorda è cambiata nel frattempo.

Siamo narratori inaffidabili delle nostre stesse vite.

E questo, paradossalmente, è ciò che ci salva.

Se la memoria fosse perfetta, impazziremmo. L’ipertimesia è una rara condizione neurologica: chi ne soffre ricorda quasi ogni giorno della propria vita dall’adolescenza in poi, con straordinario dettaglio. Il problema non è avere tanti ricordi, ma non poterli lasciare andare. Ogni ricordo – anche i più dolorosi – resta emotivamente vivido. Senza la naturale sfocatura del tempo, traumi e perdite non si elaborano: restano presenti, urgenti, impossibili da archiviare.

In questa narrazione, l’oblio sembra il personaggio negativo: è l’opposto della memoria, no? Ricordare tutto è una condanna, così come non ricordare niente. Non bisogna mai dimenticare che se ricordiamo (o dimentichiamo) non è perché siamo creature filosofiche ma perché siamo creature dotate di una biologia molto precisa: questi processi biologici esistono per motivi di sopravvivenza. Tipo ricordare che in una certa foresta si trovano animali pericolosi. O ricordare cose piacevoli, per placare la mente in un momento in cui tutto sembra drammatico.

Dimenticare i dettagli precisi è il prezzo che paghiamo per poter generalizzare, per capire il senso delle cose invece di perderci nei dati.

Un morso ricevuto da un cane da bambini può creare la fobia di qualsiasi cane ma può anche scolorire man mano che si acquista fiducia e accettazione verso l’animale in questione.

La memoria e i suoi meccanismi sono basati su meccanismi biologici e sorprendentemente semplici e raffinati: sono pagine scritte da sintesi proteiche che creano sentieri che collegano unità di memoria e le istruzioni per raggiungerle e attivarle.

C’è un’altra cosa che ricordo: è contenuta in Rumore bianco di Don De Lillo. A un certo punto parla di déjà vu. Non ricordo per quale teoria, ma dice che in prossimità della fine della vita questi si moltiplicano. Affascinante ma imprecisa, o anzi, del tutto sbagliata. I déjà vu hanno però questo di interessante e illusorio: che illudono di aver vissuto nel passato il presente, quindi di aver avuto una capacità premonitoria estremamente precisa, anche se inconsapevole. Il loro assunto è infatti che, un giorno della nostra vita, abbiamo registrato un ricordo (un’immagine, un dettaglio) senza ricordarla consciamente, salvo quando questa decida di manifestarsi in un giorno futuro.

Si tratta invece solo di un millisecondo di ritardo tra due circuiti neurali, uno che dice “riconosco” e l’altro che dice “registro”. Un piccolo errore di collocazione temporale di un ricordo che dà l’illusione di aver vissuto in un tempo passato ciò che è stato vissuto un frazione infinitesimale di secondo prima, ma nel presente. O in un presente appena passato.

Alla fine del film, Joel e Clementine sanno che si faranno del male, sanno che la storia finirà, perché hanno sentito i nastri delle loro stesse voci che elencano i difetti dell’altro. Potrebbero lasciar perdere, in fondo sanno che la storia sta per ripetersi, perché sanno già come va a finire. Invece decidono di continuare, di riprovare a sbagliare.

Credo che il motivo, questa volta, sia poetico. la nostra memoria non serve a conservare la verità del passato. Serve a darci una storia coerente per affrontare il futuro. E se quella storia ogni tanto ha bisogno di essere un po’ inventata, un po’ smussata, o completamente riscritta, ben venga.

Non siamo i nostri ricordi. Siamo il processo che li rielabora continuamente. E in questa imperfezione, in questo continuo riscriversi, c’è l’umanità.

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