Insegnare ai robot a mentire

Ian McEwan nel suo ultimo “Macchine come me” si interroga sul senso della vita e sul perché gli automi non saranno mai umani finché non impareranno a mentire

Nelle prime pagine di “Macchine come me” di Ian McEwan, il protagonista Charlie — un trentenne di scarso successo economico e appassionato di tecnologia — compra un automa con i soldi di un’eredità. È il 1982 in Inghilterra ma non è il 1982 che conosciamo. È un 1982 alternativo: la Thatcher ha perso la guerra delle Falkland ed è sul punto di dimettersi. La disoccupazione è alle stelle eppure la sanità funziona alla perfezione. I telefoni cellulari e i computer sono diffusi e capillari come lo sono nel 2019 nell’unica dimensione che conosciamo: la nostra.


La vicenda si svolge in una realtà alternativa che ha quasi 40 anni di vantaggio cronologico sulla nostra. Perché è più avanzata? Perché Turing è ancora vivo e perché la tecnologia si è sviluppata in maniera più impetuosa. Del resto ci sono gli automi e sono reali, così tanto reali da poter essere confusi con un essere umano.

Ne vengono costruiti 24 e si chiamano Adam ed Eve. Hanno sembianze diverse fra di loro, in modo da rappresentare le possibili sfumature somatiche presenti nella società.


Charlie ora ne possiede uno. Nel suo nucleo familiare singolo si introduce un nuovo elemento non umano ma così sembiante da esserlo quasi. Assieme a Charlie vive anche Miranda. Non proprio con lui ma nell’appartamento sopra il suo. I due hanno una relazione indefinita: un’amicizia sessualmente attiva ma senza la stabilità e i vincoli di un rapporto. Finché non arriva Adam che, a tutti gli effetti, è come un figlio adulto che entrambi adottano. Charlie ne è il legittimo proprietario e assieme a Miranda, Adam viene istruito, configurandolo secondo il loro gusto.


McEwan sceglie un tempo dell’azione plausibile: è simile a quello che il lettore conosce anche se ha degli elementi futuribili. La sospensione dell’incredulità in questo caso agisce dal momento in cui il lettore coglie elementi di familiarità con la storia che conosce ma anche discrepanze, come il diverso corso che hanno preso certi eventi, non ultimo la sopravvivenza di Alan Turing e il prosieguo delle sue ricerche che hanno inevitabilmente coinvolto l’intelligenza artificiale. In questo spazio di incertezza, nello sviluppo di questa realtà alternativa McEwan inserisce ogni elemento futuribile della narrazione. È come assistere a una storia che si conosce bene ma nella quale alcuni elementi hanno subito un’accelerazione potente che li ha portati a sviluppi più avanzati di quelli che ci sono noti. Come scoprire che il tuo cugino minore ha improvvisamente 30 anni più di te.


Si tratta di un’estetica narrativa molto simile a quella di Black Mirror che, a ben pensarci, non ha un tempo ben definito. In alcuni episodi almeno, l’azione potrebbe avvenire fra 10 anni o essere contemporanea (in altri è chiaramente ambientata in un futuro remoto): ogni cosa, ogni vestito, ogni auto ci sono familiari e consuete. Il meccanismo del racconto funziona perché rende la storia molto prossima al lettore, permettendogli l’identificazione.

Già alle prime pagine ci si chiede quanti sviluppi possa avere una storia del genere.

Adam si integrerà nel nucleo familiare diventandone un membro perfettamente umanizzato? Impazzirà e li ucciderà tutti? La sua intelligenza computazionale e la facilità con cui assimila nuove funzioni, nuove conoscenze e nuove emozioni gli renderà intollerabile la vita?


McEwan usa la metafora dell’automa per interrogarsi in definitiva sul senso della vita ma non solo. Posto che la vita, razionalmente, non ha senso, che risposta si può dare un essere che è integralmente solo razionale e che gestisce le emozioni solo come reazioni pre-compilate a certe situazioni umane? Nella vita di Adam c’è spazio solo per l’oggettività, per la perfetta corrispondenza causa-effetto, per i fatti e le loro conseguenze. La vita è un insieme di comandi e istruzioni, di azioni e reazioni. Anche la fascinazione che ha per la composizione degli haiku non è una deviazione dalla sua regola esistenziale ma un modo lecito — nella sua ottica — di rendere l’indefinibile poetico e l’irrazionale esistenziale in una regola matematica: sillabe, versi, durata, musica.


Adam non riesce ad avere un rapporto fluido solo con un tipo di persona: con i bambini. Il motivo lo spiega Charlie: è perché non riesce ad afferrare la logica del gioco, cioè non concepisce che vi sia una razionalità anche in ciò che è illusorio e non reale. O una plausibilità, quantomeno. Lui interpreta la realtà solo traducendola in numeri e codici e il vapore delle cose che solo i bambini vedono, quell’aura che gliele fa vedere nella loro essenza ma anche nelle loro mille possibili varianti non è intercettabile dal suo sguardo.


L’essere umano — non solo in quanto creatura ma anche in quanto modalità, cioè “la condizione dell’esistenza umana” —non è riducibile a un codice e non è sintetizzabile.

L’essere umano ha un concetto del tempo che si attua nella previsione del futuro e nella fondazione del presente nel passato. Estende la sua percezione del tempo in un luogo che è più ampio del presente, infinitamente di più.


Parlando di passato, presente e futuro è inevitabile pensare alle storie e al loro svolgimento. Ai loro significati e alle loro interpretazioni. Nel dominio del possibile si situa la visione del mondo e della vita che gli umani hanno.


Gli automi interpretano correttamente il presente ma gli umani riescono ad ampliare lo sguardo della mente al passato e al futuro. Raccontandosi anche menzogne, dalle più improbabili alle più salutari. Perché anche la speranza è una menzogna vestita d’un bell’abito.


La menzogna non è solo un tradimento, non è solo inganno. La menzogna è la storia che ci raccontiamo sapendo che una visione improbabile o solo teorica del futuro può modificare la nostra visione della vita e poi, magari solo tangenzialmente, anche la vita stessa. Se l’uomo dovesse costruire il proprio futuro solo raccogliendo i dati del reale otterrebbe sempre lo stesso risultato: il presente che si estende in un tempo sempre uguale a se stesso. Nello scarto fra il reale e il possibile c’è tutto ciò che rende umano l’umano. Lo scherzo, l’inganno, la storia, il possibile, il probabile, tutto ciò che non è ancora accaduto e che i numeri non possono quindi computare e nominare. Il futuro è ancora innumerabile ma solo l’uomo può immaginarlo.


Adam si accomiata dal suo padrone con un haiku sibillino, forse la sua migliore composizione. È potente non solo perché perfetto nell’immagine che sa evocare ma perché può anche essere letto come un tremendo presagio. E uso il termine “presagio” non a caso. Alla fine Adam intuisce quale è lo scarto fra gli umani e gli automi e lo restituisce nella prima immagine poetica che lui compone non riferibile al presente ma al futuro.

 

L’autunno a noi
promette primavera
a voi l’inverno.

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