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Una pedagogia del limite

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Una pedagogia del limite

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Se l’educazione civica è la bussola morale del cittadino, la demografia ne è la mappa cartografica: non definisce la direzione, ma stabilisce l’asprezza del terreno e la lunghezza del viaggio attraverso il concetto di inerzia, cioè ciò che non si può cambiare. Un calo demografico ha ripercussioni misurabili nell’arco dei decenni, ecco in che senso si può definirla una scienza dell’inerzia. Eppure se valutassimo solo i dati demografici potremmo essere presi dallo sconforto e abbandonarci a una visione pessimistica e deterministica. A scuola, però, l’obiettivo dovrebbe essere l’opposto: studiare dove risiede il margine di manovra dell’uomo. Se educhiamo i giovani a vedere la realtà solo attraverso la lente dell’inerzia demografica, rischiamo di trasmettere loro l’idea che il futuro sia un binario già tracciato. Educazione civica e demografia non possono insomma spiegare tutto.

La geopolitica trasforma il dato demografico in potere o vulnerabilità (due facce diverse della stessa medaglia) e spiega per esempio perché una popolazione giovane in un territorio privo di risorse abbia un potenziale dirompente, e una anziana in un nodo strategico commerciale possa ancora esercitare un’egemonia, difendendo la sua posizione. La prima nel medio-lungo periodo tenderà a spostarsi verso zone più ricche, la seconda cercherà di resistere al fenomeno di immigrazione, per difendere la propria posizione di vantaggio economico.

Si può dire che la demografia operi nell’ambito del tempo biologico, mentre la geopolitica in quello dello spazio, nel caso particolare di tipo politico: insieme definiscono i vincoli fisici entro cui la storia deve muoversi. Tempo e spazio. Molto interessante, anche perché oggi viviamo in un’epoca che tenta di negare entrambi: il digitale ci illude che lo spazio non conti e il consumismo ci illude che il tempo sia solo un eterno presente. Queste discipline, lungi dall’essere astratte, riportano l’attenzione su una sorta di realismo informato.

Al di sopra di questi vincoli agisce la sociologia, che interroga l’inerzia demografica per capire come influenzi i legami tra gli esseri umani. La demografia dà i numeri, la sociologia analizza le tensioni: il conflitto tra generazioni in una società che invecchia, o la ridefinizione del concetto di famiglia, per fare degli esempi. È la disciplina che trasforma il numero in comportamento collettivo.

Poi c’è l’antropologia. Al riguardo John Berger scrisse:

L’antropologia si occupa del passaggio da natura a cultura.

Se la demografia opera nell’ambito della natura (o della biologia, quanto meno alla sua base, dato che si occupa di nascite, invecchiamento, morti), l’antropologia studia come l’uomo traduca questi processi naturali in cultura. Insegna insomma che non esiste un solo modo di essere una società anziana o una società in crescita; ogni gruppo umano inventa significati diversi riformulando gli elementi di realtà, reagendo alle condizioni esistenziali.

Ecco perché sarebbe utile insegnare queste discipline in modo integrato. Significa insegnare che il libro della storia futura non è già scritto, ma deve essere decodificato. Significa passare dalla misurazione passiva dell’inerzia alla comprensione attiva di come la cultura, la politica e l’organizzazione sociale possano far cambiare traiettoria a quell’inerzia. Significa anche spiegare che le decisione dei singoli e delle comunità hanno un effetto, incidono, cambiano il corso della storia.

Il futuro è condizionato, ma non predeterminato.

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