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Qualcosa di personale

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Ho un rapporto conflittuale con il bullismo, e non nel senso che non so condannarlo e non capire che è sbagliato. Questo è ovvio, almeno per me. Il conflitto nasce dal fatto che non sono certo che abbia sempre una funzione negativa per la crescita personale. In sé e per sé è sbagliato e negativo ma come sempre contano le cose e gli effetti che producono. Come sempre non conta quello che ti succede ma come lo affronti e come lo rielabori.

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La mia prima esperienza con il bullismo risale alla 5a elementare, forse anche prima. Fu un atto di bullismo tutto sommato di poco conto ma lo ricordo ancora. Passavo il tempo libero con due compagni di classe. Fra i tre ero quello più in carne (col senno di poi nemmeno tanto ma forse in relazione a loro lo ero, tanto da sentirsi autorizzati a chiamarmi “Ciccio”). Ricordo che mi apostrofavano sempre come tale, in tono sempre più accusatorio e canzonatorio. Ricordo che a un certo punto sbottai furioso gridandogli contro “Non sono ciccio e ve lo dimostrerò”. Lo ricordo ancora molto bene anche se è successo quasi 40 anni fa. Dopo quel giorno mi misi a dieta, dimagrii e gli dimostrai che non ero come mi definivano. In verità a loro non dovevo dimostrare niente: dovevo dimostrare a me stesso cosa e chi ero. Lo feci: reagii e trovai una mia, prima, definizione.

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Frequento delle scuole medie che, per l’ironia della toponomastica, raccolgono studenti del centro città e delle frazioni limitrofe. Vengo da una scuola elementare cattolica: le maestre sono suore, la distanza fra la classe e la realtà è abissale e aiuta solo a costruire una coscienza della sostanza delle cose, diciamo, fragile e imprecisa. Lo dico per descrivere il contrasto che mi trovo a vivere alle scuole medie: lì incontro un genere umano di cui non sospettavo l’esistenza. Questa mia non è una nota razzista ma una semplice constatazione: io non avevo idea che esistessero anche persone che provenivano da famiglie poco istruite, con diverse possibilità economiche e con una visione del mondo un po’ più ruvida, diciamo, della mia. Non ero nel giusto io né lo erano loro: così stavano le cose.

Lo dico per descrivere la situazione e per far capire meglio che il mio essere fra i più bravi di quella classe mi relegò in una condizione di bullismo passivo, che si esprimeva con l’emarginazione più pura: io non facevo parte di quel gruppo e quel gruppo non mancava di farmelo notare. Imparai che essere diligente e bravo può non sempre metterti sotto una buona luce e può emarginarti. Non l’avrei mai detto ma ci pensò la vita a farmelo capire. Al tempo sviluppai anche una convinzione che mi porto dietro tutt’ora: che l’appartenenza ai gruppi mi fa orrore. Non voglio essere descritto perché faccio parte di questa o quella comunità, io sono un individuo.

Anni dopo scoprii George Carlin che diceva che non aveva alcun problema con le persone e che le trovava creature stupende. Aveva solo problemi con le aggregazioni delle persone e non voleva far parte di alcun gruppo sociale. Mi ci riconobbi e imparai ad amarlo.

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Sono all’università. Seguo un corso di geometria descrittiva, mi pare. Non ne sono sicuro, poco conta. Il professore è indisponente, offensivo, ci costringe a fare esercitazioni il cui senso è oscuro e che appaiono dei tentativi ben architettati per umiliare gli studenti e per potergli dare degli stupidi perché non hanno saputo eseguire un lavoro per il quale non erano forniti gli elementi minimi. A lezione le umiliazioni sono altrettanto frequenti. Il malumore fra gli studenti del corso è compatto e diffuso. Decido di raccogliere le firme e presentare una petizione: non voglio la decapitazione del professore, vorrei solo che fosse richiamato all’ordine e che facesse lezione decentemente. Tutti mi manifestano solidarietà e si dicono pronti a firmare. Io intanto vengo chiamato a colloquio dagli assistenti del professore in uno studiolo. Il colloquio in realtà è una tirata durante la quale io non ho alcuna possibilità di replica e della quale ricordo solo un “Tu sei uno zero” gridato da uno dei due. Nel ricordo sembra un film sul Vietnam in cui io sono una recluta. Non dico niente, sono in evidente minoranza, loro hanno fatto il loro lavoro da sgherri. Vado a lezione e il professore esordisce dicendo di essere a conoscenza di una petizione polemica nei suoi confronti, promossa da uno a cui evidentemente l’ha scritta il padre. Non so immaginare perché abbia tirato fuori mio padre, forse perché architetto pure lui o forse perché — capisco poi — era il suo modo per umiliarmi indicandomi pubblicamente come persona nemmeno capace di redarre una petizione e cercare firme. Non mi nomina, finge di non sapere chi io sia, ma chiede all’aula chi ha intenzione di firmarla. La solidarietà che avevo raccolto si dissolve improvvisamente, restano forse una manciata delle decine di firme che mi erano state promesse. Taccio e ne prendo atto. Brucia, è un atto di bullismo passivo, è la solidarietà che svanisce di fronte al potere.

Questa parentesi non si conclude però così. Quello stesso giorno vado in stazione a prendere il treno per tornare a casa. Trovo il professore, ora solo. Lo fermo poco prima che salga sul vagone e gli dico “Salve, io sono quello della petizione. Volevo solo specificare che l’ho scritta io, mio padre non c’entra niente, sono capacissimo di scrivere quello che penso”. Lui sorride in evidente imbarazzo. Gli manca l’esibizione del potere e l’apparato, gli manca la scenografia. Farfuglia un “Certo”, e si infila nel vagone. Penso che sarà l’esame più difficile che mai farò e invece, mesi dopo, non è niente di che, un esame come un altro. L’incidente non viene citato, non è mai esistito. Forse sopravvive in un sorriso che lui si concede firmando il libretto, per lasciarmi intendere che era capace di essere magnanimo e di non serbare rancore.

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È il 2010. Berlusconi partecipa a un vertice europeo. C’è un tweetwall e se usi l’hashtag #EUCO hai la possibilità di apparirvi. L’intento è quello di dare una forma visibile al dialogo fra i cittadini europei e i loro rappresentanti, il risultato è che su quel megaschermo appare di tutto, principalmente insulti a Berlusconi. Partecipo anche io ma non lo insulto (non ho mai amato l’insulto puro e non sono completamente deficiente, almeno dal punto di vista legale): decido di usare solo citazioni di cose che ha detto lui stesso.

All’ingresso della delegazione italiana il mio tweet campeggia trionfale e ben visibile. Per evitare l’imbarazzo decidono di bloccare il tweetwall ma l’immagine che resta ben visibile è quella delle mie (sue) parole e la mia foto. Il nome è evidente, il caso esplode. Inizialmente se ne parla in qualche bollettino politico di Bruxelles ma dopo qualche ora la notizia appare anche sul Guardian e il New York Times. Mi cerca una giornalista dell’ANSA e anche i media italiani si interessano di questo “Italian Designer” (come mi definì correttamente il Guardian). Parlo al telefono con un commentatore politico dell’ANSA inviato a Bruxelles. È molto cortese e mi fa una breve intervista. Alla fine gli dico “Però ho citato solo quello che ha detto lui stesso, non c’è niente di offensivo o illegale” “È verissimo — mi dice — ma a un politico non devi mai ricordare cose che ha detto lui stesso” conclude sibillino.

Passo qualche giorno discretamente infernale: sono convinto di essere seguito dai servizi segreti, penso che Silvio me la farà pagare. Oscillo fra il dubbio di aver fatto qualcosa di eccessivo ed esecrabile e la conferma che non ho esagerato e ho usato bene le carte che avevo in mano. Assaporo una popolarità inaespettata, non mi piace poi molto, capisco infine che in questo sistema dei media duri qualche giorno e poi tutto viene dimenticato. Di questo fatto se ne ricorderanno gli amici e qualche curioso ma, come spesso accade (sempre) la magnitudo con cui viviamo personalmente un’esperienza non è percepita dai sismografi altrui. Ciò che ci sembra sconvolgente molto spesso non viene percepito allo stesso modo dalle altre persone.

L’”affaire EUCO” non è propriamente un caso di bullismo, così come non lo era il mio scontro con il professore universitario. Direi che indicano più che altro la mia avversione al bullismo. Ho reagito a manifestazioni di potere che non tolleravo e l’ho fatto esponendomi in prima persona. Non sono stato oggetto di bullismo oppure — come potrebbe dire un malpensante — me la sono cercata. Sarà, conta poco.

***

Ho sempre avuto un rapporto complesso con il potere: ne capisco l’importanza ma non ne tollero l’abuso e penso che abbia senso solo quando è esercitato con responsabilità.

Il bullismo è una manifestazione di potere brutale non mitigato da alcuna responsabilità. La responsabilità è la cognizione degli effetti che l’esercizio del potere ha sulle altre persone e, nel caso del bullismo, questa cognizione è intesa in senso negativo, poiché ha il solo scopo di provocare sopraffazione, controllo e dolore.

Ne sono ben consapevole e infatti non ho mai praticato bullismo nei confronti di nessuno e, conscio del dolore psicologico che alcuni rapporti provocano, ho sempre trattato con rispetto chiunque.

Ma il punto non è nemmeno questo: il punto è che spesso mi chiedo se il bullismo e l’abuso di potere mi abbiano in un certo senso definito. In altre parole: sarei lo stesso uomo se non l’avessi mai sperimentato, se non avessi mai individuato certi comportamenti come odiosi ed esecrabili?

Posso dire che il bullismo ha avuto per me una funzione: mi ha definito e mi ha reso più forte. Mi ha fatto capire da che parte stava il mio giusto e mi ha insegnato — per contrasto — come era corretto rapportarsi alle persone. Mi ha dato un’idea precisa della dimensione che il potere può e deve assumere nelle vite di ognuno di noi e mi ha insegnato a tracciare dei limiti.

Mi ha definito, senza relegarmi in confini angusti ma, anzi, costringendomi ad andare verso i miei limiti, scoprendoli.

C’è chi è costantemente emarginato da altre forme più violente e vessatorie di bullismo e la mia esperienza è normale e blanda al confronto. Sarei un cretino a definirmi vittima di un sistema perché non lo sono. A modo mio e sottoposto a violenze modeste ho reagito, e una vittima non reagisce ma subisce.

Mi interrogo solo su come sarebbe la mia vita se avessi continuato a pensare che il mondo era come la scuola elementare che frequentavo, dove tutto era regolato in modo armonioso e privo di qualsiasi conflitto. La vita prevede una dose ineliminabile di ingiustizia, abuso e violenza. È giusto aspirare a una società in cui queste componenti siano ridotte al silenzio o minimizzate ma non credo accadrà mai. La natura non è intrinsecamente giusta, almeno non come il modello di società umana ideale auspicherebbe e noi siamo, in ultima analisi, animali. Conserviamo una componente primitiva, genetica e non civilizzata.

C’era un bel romanzo di qualche anno fa che si intitola “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Deriva il nome dal motto del camp estivo a cui il protagonista prende parte un’estate della sua adolescenza. Di certo un modo ben augurante per accogliere gli ospiti ma una grande verità.

La società contemporanea perpreta il dolore e convive con la morte e allo stesso tempo li rimuove, sistematicamente. Eppure dolore, ingiustizia e morte ci definiscono.

Questa non è un’apologia del bullismo: non teorizzo il suo valore formativo né ne auspico un utilizzo più diffuso. Dico solo che alla fine la vita è un insieme di carte che ti trovi a giocare: come le giochi dipende solo da te, non da chi te le ha servite.

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