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Narrazione

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Narrazione

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Annoto un giorno:

Non conosciamo le persone, conosciamo le loro storie. Crediamo a una versione che ci raccontano o che ci raccontiamo noi su di loro.

È una cosa che penso, non ricordo neanche quando, camminando, un giorno.

Questa idea della narrazione mi occupa la mente da sempre, da quando sento che una voce nella mia testa mi dice cosa fare e pensare. È la coscienza? È uno sceneggiatore della mia vita? O sono io stesso e basta? A pensarci meglio, le voci sono almeno due. È un dialogo quello che avviene dentro questa scatola montata sulle spalle. Se fosse solo una sapremmo sempre cosa fare. Invece valutiamo, pesiamo, discutiamo. C’è un dibattimento nella testa e, alla fine, una voce prevale e trasforma il pensiero in decisione. Questo processo è narrazione pura: ha un dinamismo, prevede conflitti, genera un testo mentale.

È un pensiero affascinante, ma pericoloso: limita la visione della realtà a un punto di vista soggettivo. Siamo tutti narratori inaffidabili che guardano il mondo dall’interno di una feritoia, convinti di vederlo tutto. Molta filosofia ha indagato questo abisso, dal solipsismo a Kant: l’idea che noi interagiamo solo con il fenomeno (la storia che ci raccontiamo dell’altro) scontrandoci però con un noumeno (l’altro reale) che resta inconoscibile. Non esiste insomma l’oggettività, ma solo le sue interpretazioni.

La realtà non è reale, è soggettiva. O quella che chiamiamo realtà è una coincidenza statistica: in molti – a volte tutti – chiamiamo cavallo quello che vediamo essere un cavallo.

Ma camminando mi chiedevo: se la realtà è una proiezione, cosa vediamo davvero degli altri? Un’esperienza comune è immaginare le vite altrui senza avere elementi di conferma. In metro, o passeggiando per strada guardando le finestre illuminate. Mi chiedo spesso: come sono le vite in quelle case che osservo dal marciapiede? Non ho elementi per capirlo, se non dettagli minimi: una luce accesa, un quadro. Posso indovinare, ma non sapere. Ho pensato allora che ciò che crediamo di sapere sugli altri è, in realtà, ciò che non sappiamo. La mente ha orrore del vuoto: deve pacificarsi costruendo una storia coerente. Quando mancano i fatti, riempiamo lo spazio opaco con la fantasia. Quelle case sono reali nell’immaginazione, o almeno è reale il racconto che ne facciamo.

Quindi gli altri sono la somma di due parti: una oggettiva (minima) e una immaginata (enorme). E in questa parte immaginata, ci siamo noi. Friedrich Nietzsche diceva che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Se è così, l’incontro con altre vite è solo un incrocio di trame. È rassicurante pensarlo: se l’altro è una mia proiezione, non può ferirmi davvero, perché in fondo lo sto scrivendo io. Ma è evidente che non è così. Se avessimo il controllo della narrazione, decideremmo di non soffrire. Scriveremmo per gli altri ruoli comodi, rassicuranti. Invece gli altri ci feriscono, ci sorprendono, ci deludono.

Quello che abbiamo è il pensiero, è il racconto. È ciò che interpretiamo della realtà, è come la interpretiamo. Proiezioni soggettive, azzardi interpretativi. Carpiamo elementi dai racconti altrui e li completiamo con altri, immaginari e plausibili, come le vite degli altri che vediamo e immaginiamo guardando le loro case dal marciapiede o i loro volti su un treno.

Quello che vediamo in loro è la realtà oggettiva, quello che ne pensiamo, immaginando le loro vite, è il racconto. È come se gli altri fossero quadri abbozzati: ne vediamo i tratti e, più li conosciamo, più ne completiamo il ritratto ma ciò che non vediamo lo completiamo con l’immaginazione. Quindi le altre persone della nostra vita – conosciute o anche sconosciute, frequentate o solo intercettate – sono in parte oggettive e in parte immaginate, sono una somma di realtà e racconto della realtà. Ma in quel racconto ci siamo noi, ecco la cosa interessante.

Ma la realtà e gli altri individui (chi non è noi) che la popolano non sono racconti generati dalla proiezioni che ne facciamo. Sono semmai altre narrazioni che si intrecciano alla nostra ma che non controlliamo.

La filosofa e scrittrice britannica Iris Murdoch distingueva tra fantasia and immaginazione. Non ci avevo mai pensato ma non sono affatto la stessa cosa. Secondo lei, ciò che facciamo quando “ci raccontiamo storie sugli altri” è pura fantasia. È un meccanismo egoistico in cui usiamo le persone come comparse nel nostro psicodramma personale per consolarci. La fantasia è automatica e garantisce il pieno controllo. Può essere attivata e disattivata a piacimento.

Per lei non è vero che “viviamo solo di storie” e basta. Viviamo sempre narrativamente, ma possiamo farlo in due modi: o nella fantasia, dove l’altro è ridotto a personaggio del nostro ego, o nell’immaginazione, dove proviamo a guardarlo come realtà autonoma, e quindi ad assumerci una responsabilità verso di lui.

L’immaginazione, invece, è uno sforzo morale estenuante. È la capacità di vedere l’altro come è davvero, separato dalle nostre proiezioni e dai nostri bisogni. Murdoch lo definiva “unselfing” (uscire da sé). Uscire dalla nostra narrazione, immaginarne un’altra.

Non è più un completamento di esistenze altrui in forma narrativa e fantasiosa (non è più il volto delle persone che vediamo in metropolitana che completiamo con un testo immaginato) ma un immaginare vite estranee alla nostra, non narrate con il nostro punto di vista.

È faticosissimo.

C’è uno strumento di psicologia cognitiva, la “finestra di Johari”, che spiega bene questo inganno. Esiste in ognuno di noi un’area cieca: è ciò che gli altri sanno di noi, ma che noi ignoriamo. L’autonarrazione è spesso una menzogna: ci raccontiamo di essere coraggiosi o generosi, ma gli altri vedono ciò che noi non vediamo. Gli altri sono specchi impietosi. Vedono le nostre incoerenze. Hanno accesso a dati oggettivi sul nostro comportamento che a noi, intrappolati nel monologo interiore, sfuggono. L’esistenza di questo sguardo altrui è la prova che non siamo chiusi in una narrazione solipsistica. Con gli altri – conosciuti o sconosciuti – stiamo bene o male, amiamo o odiamo, siamo coinvolti o indifferenti.

Reagiamo, quindi siamo reali.

E soprattutto non possiamo controllare la narrazione altrui: possiamo accettarla, rifiutarla, subirla ma non controllarla.

Jacques Lacan definiva il reale come ciò che non può essere simbolizzato, ciò che “non smette di non scriversi”. Quando il reale irrompe nella vita – un lutto, un innamoramento, un tradimento – le storie che ci raccontiamo si disintegrano. La realtà colpisce con una violenza che nessuna narrazione può contenere. Ecco: le persone non sono le storie che ci raccontiamo. Le persone sono realtà dense, opache e contundenti.

Non possiamo inventare e raccontare le storie altrui – non possiamo in definitiva entrare in altre narrazioni, in altre teste – ma possiamo leggerle, conoscerle.

Scrivere storie altrui – peggio ancora: che collimino con la nostra stessa, che vi si accomodino dentro senza disturbare – è un arbitrio e una forma di controllo. È violenza. Leggerle è un atto di amore e di umiltà. Lasciarsene modificare, accoglierle è umano.

Fare spazio agli altri e alle loro storie. Il racconto di noi stessi è ricco di pagine bianche: quelle che dobbiamo ancora scrivere e quelle che scrivono gli altri.

Ognuno scrive il suo libro ma ognuno può anche accogliere chi ama o vuole accanto a scriverne altre pagine.

E bisogna leggere le pagine altrui, senza l’ambizione (folle) di poterle scrivere nella propria testa, senza pensare di poter contenere la propria narrazione e anche quella altrui.

È vero che tendiamo a vivere nella narrazione ma lo sforzo ulteriore è forse proprio quello di tentare, fallendo e riprovando, di uscirvi. Di vedere la propria storia dall’esterno, con occhi altrui. Di esercitare quell’immaginazione di cui parlava Iris Murdoch. Quel faticoso processo di creazione di mondi in cui noi siamo comparse e non protagonisti.

Immaginarsi protagonisti nella propria vita e comparse in quelle altrui.

Dobbiamo smettere di scrivere i personaggi che abbiamo attorno e iniziare a leggerli.

Mi ricollego per concludere ai volti visti in metropolitana di cui immagino (ora dovrei dire più correttamente “fantastico”) le vite: non sono proiezioni di noi stessi ma altre vite, altre narrazioni da leggere.

Emmanuel Levinas diceva dei volti che sono le presenze fisiche degli altri. Sono presenze diverse da noi stessi. Sono anche libri da leggere, con linguaggi e memorie diverse dalle nostre.

Guardare davvero un volto significa riconoscere che l’altro non è un personaggio della nostra storia, ma un protagonista della sua. Rispetto alla quale siamo comparse.

La realtà è là fuori, e il più delle volte non è quella che volevamo sapere. È proprio per questo che vale la pena conoscerla.

La narrazione è lo scudo che usiamo per non farci ferire dalla realtà dell’altro. L’altro porta una sua verità, si può decidere di accettarla abbassando lo scudo e aspettando l’impatto, o si può rimanere dentro la propria narrazione, guardandosi a uno specchio che riflette sempre la stessa immagine, infinite volte, fino a disintegrarsi in una massa inconoscibile. Uscendo dall’autoriflessione conosciamo noi stessi.

Collidendo con altri troviamo i nostri limiti. Allontanandoci da noi stessi, paradossalmente ci troviamo.

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