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Depavimentazione

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Depavimentazione

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Ieri ho cercato di capire cosa fanno in quel cantiere davanti alla biblioteca Joan Oliver, a Barcellona. La cosa è iniziata giorni fa, direi una settimana fa: hanno rimosso l’arredo che c’era al centro di uno degli innumerevoli quadrivi che si formano tra gli ipnotici isolati dell’estensione di Ildefons Cerdà nel 1859. Hanno ammassato le fioriere, i tavoli e le sedute in cemento stampato in un angolo. Pensavo le dovessero poi rimuovere da lì, magari era giunto il momento di sostituirle, anche se mi sembravano nuove e comunque più che decenti e in ottimo stato di manutenzione.

Nei giorni successivi ho capito cosa volevano fare e cosa stanno facendo: hanno iniziato a rimuovere tutto l’asfalto della strada. Quel quadrivio e la piazza – una delle tante piazze che si formano per geometria agli angoli di ogni isolato di questa parte di Barcellona – si estenderà alle vie che vi conducono, che diventeranno un po’ più piazza e meno via.

Non è tecnicamente una depavimentazione ma di certo ci sarà ancora più verde, i marciapiedi saranno a raso (l’accessibilità, questa sconosciuta) e le macchine circoleranno ancora di meno: adesso lo possono fare solo quelle autorizzate, i residenti e chi deve caricare e scaricare.

Depavimentazione è una parola che sarebbe bello diventasse di tendenza per almeno i prossimi 10 anni. Meglio di resilienza di certo. Ho letto che la sindaca di Genova Salis lo vuole fare in una parte di Genova, non ho capito quale. Bene, è un inizio. Spero che tante altre città seguano l’esempio perché le auto – lo dirò in linguaggio accademico – hanno rotto i maroni. Abbiamo costruito le nostre città attorno alle auto, le auto sono diventate sempre più grandi, abbiamo sempre meno spazio per noi.

Il verde costa, la manutenzione del verde costa ancora di più. Di certo di meno della bolletta energetica di una città intera dove la temperatura media è 4-5 gradi superiore a quella che potrebbe essere se ci fossero degli alberi.

Firenze è calda perché è in fondo a una valle, Bologna è caldissima (e almeno c’ha i portici, lei), Milano è caldissima perché è nella pianura Padana – cosa vuoi farci. Poi fai due passi a Firenze, Bologna o Milano (e io cammino molto e mappo le città, camminandoci) e ti accorgi che il verde c’è, ma è concentrato solo nei parchi. Ci sono dei parchi, ce ne sono di grandi ma i parchi sono come avere in casa una sola stanza con l’aria condizionata, anzi: solo un armadio o il comodino. Non serve a molto. Serve, ma non risolve molto.

In questi giorni a Barcellona ci sono stati 35 gradi. Li sentivi, eccome. Se stavi al sole. Il fatto è che tantissime strade di Barcellona sono alberate, anche strade strette come una strada dei Navigli. Non chiedetemi come fanno a farceli stare ma ci stanno e quelle vie sono splendide gallerie verdi. Quegli alberi sono come i calabroni: non potrebbero starci ma non lo sanno e ci stanno. E crescono solo verso la strada (o li potano con raziocinio verso gli edifici, non so) e fanno queste meravigliose gallerie verdi. A Barcellona ci sono dei parchi ma sono piccoli o comunque sproporzionati rispetto al resto della città. C’è il Montjuic che è una collina, quindi è un parco, ma in declivio. Bellissimo, ma in declivio. Poi c’è quello della Ciutadella ma è piccolo. Ci vado a correre ogni tanto ma è davvero piccolo, correndoci lo attraversi in pochi minuti. Bello ma piccolo.

Poble Sec
Poble Sec

Milano ha più parchi di Barcellona ma sai cosa? Chissenefrega se Barcellona ha meno parchi di Milano, hanno verde ovunque. Ci sono 35 gradi al sole, ma puoi trovare ombra quasi ovunque. E c’è il mare, lo so. Come c’è a Genova e a Napoli e infatti si sta meglio là (a Genova non so, a Napoli sì) ma sai cosa dico? Che con tanti alberi si starebbe pure meglio.

A Barcellona hanno i rifugi climatici. Anche a Bologna. Ma a Barcellona ne hanno uno ogni 130 metri. Se stai schiattando di caldo fai 130 metri (non un chilometro) in qualsiasi direzione e trovi un negozio, una biblioteca, un museo o un ufficio dove stare un po’ al fresco.

Perché hanno tanti alberi a Barcellona? Non perché ci fossero già prima: ce li hanno piantati. Ha avuto l’idea Ildefons Cerdà, nel 1859. Ha pensato che ogni isolato dovesse essere di 113 metri, non dovesse avere spigoli vivi (quindi non fosse un quadrato ma un ottagono con 4 lati più piccoli, sempre quelli che formano le piazze rotate di 45 gradi, quelle di prima, agli incroci). Cerdà pensava anzi che gli isolati accoppiati dovessero avere un lato aperto e che nello spazio all’interno vi fossero dei giardini per chi ci viveva. Poi gli speculatori, i proprietari e i costruttori li riempirono fino al collo ma non conta. Cioè, conta ma quello su cui vorrei concentrarmi sono gli alberi lungo le vie, fra isolato e isolato. Ogni marciapiede è perimetrato da alberi. Quelli ce li hanno messi, e poi all’interno degli isolati hanno fatto un po’ come gli pareva ma la geometria, quella sì, l’hanno rispettata. E gli alberi li hanno piantati, sono ancora lì e con 35° ringrazi loro e pure Ildefons Cerdà, che è ormai un mio eroe personale.

Ildefons Cerdà, Piano per Barcellona, 1859

Un’altra cosa interessante è che per lui il verde non era una questione estetica o filosofica. Partì da un’indagine statistica sulla condizione operaia di Barcellona che gli fornì dati di mortalità differenziale per quartiere. Dove c’era meno verde e meno ventilazione la mortalità era più elevata. Quindi il verde, l’orientamento delle strade rispetto ai venti dominanti e la loro larghezza furono risposte tecniche a un problema misurato, non una posizione ideologica o estetizzante.

Ora: forse il caldo non è come la peste o un’influenza che stermina migliaia di persone ma c’è da dire che a metà dell’800 avevano capito che magari piantando più alberi e allargando le strade, forse le condizioni igieniche miglioravano e ne morivano di meno, di persone. Non che l’avessero capito osservando le interiora di una pecora ma semplicemente constatando che si moriva di più dove c’erano meno alberi e strade più strette e più densità di abitanti, cioè i quartieri storici della città, come El Raval, il Gotic o El Born. Ma quelli li avevano fatti nel medioevo, ci stava che non fossero il massimo dell’igiene, al tempo la morte di massa era perché Iddio arrabbiato per i loro peccati, mica un problema risolvibile con qualche accorgimento igienico. Altri tempi, per fortuna.

Oggi invece dovremmo saperlo, no? Almeno: a Barcellona lo sanno, e infatti se possono di alberi ne piantano ancora. “Ma non c’è spazio” dice quello. Non c’è spazio perché l’idea di ridurre la sede carrabile o eliminare i parcheggi sembra impensabile, perché lo spazio ci sarebbe. Basta rinunciare a così tante auto. O farle più piccole. O bandirle del tutto, salvo quelle che servono davvero.

Forse dovrebbero esserci tanti morti quanti ne fa una pestilenza e allora qualcuno inizierebbe a pensare che magari bisogna cambiare qualcosa. Peccato, più di 60.000 morti all’anno non bastano ancora. Quanti ne servono?

In Spagna c’è una città quasi interamente pedonale. Si chiama Pontevedra ed è in Galizia. Ha 83.000 abitanti, quindi non è un pittoresco borgo medievale facilissimo da pedonalizzare perché ci sono più piccioni che esseri umani. Eppure ha trasformato quasi tutto il suo centro in una grande area pedonale. Negli anni ha progressivamente eliminato il traffico di attraversamento, spostato i parcheggi ai margini e ridotto al minimo la presenza delle auto, consentite solo a residenti, consegne e servizi essenziali, e comunque a velocità molto basse. Le strade del centro sono pavimentate tutte allo stesso livello, senza marciapiedi, come un grande spazio condiviso pensato per chi cammina, gioca, si ferma ai bar o fa acquisti. Il risultato è una città più silenziosa, con aria più pulita e molta vita di strada, spesso citata come modello europeo di urbanistica a misura di pedone.

Parigi si sta pedonalizzando ormai da anni. Parigi, non un villaggio della Normandia di 300 abitanti: Parigi.

Quando qualcuno dice “Non si può fare” bisognerebbe rispondere che non c’ha ancora provato, non che non si può fare.

Non è facile pedonalizzare Parigi ma ci si può provare. E loro l’hanno fatto. Non è facile piantare più alberi ma c’è chi l’ha fatto. A metà ‘800, quando l’idea di progresso era diversa, quando la principale preoccupazione era l’eccesso di mortalità di alcuni quartieri. Erano più sensibili, forse, e quando hanno dovuto espandere la città hanno deciso di darsi delle regole e delle misure. Fra queste: piantare alberi.

Concludo con un argomento spesso usato contro le piantumazioni: poi quando ci sono temporali piuttosto violenti cadono i rami sulle macchine parcheggiate e sui pedoni. A parte il fatto che i rami cadono perché gli alberi non sono manutenuti, vorrei fare notare una cosa curiosa: a parte che se passaggi sotto un albero e ti cade un ramo in testa non deve essere molto piacevole, spiace per i danni alle auto parcheggiate ma le auto non dovrebbero esserci e basta. Usiamo una logica un po’ estrema? Se infilo una mano in un tritacarne ottengo un burger di dita. Non va bene. Il problema è il tritacarne o il fatto che ci abbia infilato la mano? Ecco: il problema non sono i rami che cadono sulle auto parcheggiate ma il fatto che ci siano quelle auto, parcheggiate sotto gli alberi. E il fatto che non li hanno manutenuti, quegli alberi.

Una volta c’erano le utopie che immaginavano mondi fantastici e irrealizzabili. Ma almeno li immaginavano.

Oggi le utopie sono ottenute per sottrazione: una città con meno auto è utopica. O per addizione: una città con più alberi è utopica.

No: è che non hai mai provato a farla o immaginarla. Non è difficile: c’è già chi la fa e continua a farla. Toglie asfalto e pianta alberi. E pazienza per le auto.

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