{"id":41724,"date":"2025-07-31T14:43:15","date_gmt":"2025-07-31T14:43:15","guid":{"rendered":"https:\/\/martinopietropoli.com\/?p=41724"},"modified":"2025-07-31T14:43:18","modified_gmt":"2025-07-31T14:43:18","slug":"pensiero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/pensiero","title":{"rendered":"Pensiero"},"content":{"rendered":"<p>Sto per meditare. Sono seduto su una panchina in legno, distante migliaia di chilometri da casa, da dove medito di solito. Nella meditazione si dice che si torna a casa, che siamo la nostra casa, o almeno lo dice il maestro di meditazione vietnamita Thich Nhat Hanh. Meditando si \u00e8 sempre a casa, perch\u00e9 la casa \u00e8 in noi.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre guardo le doghe di legno su cui appoggiano i miei piedi nudi, noto che sono segate a mano. Noto che alcune non sono incise dai segni lineari dei denti della sega ma da delle curiose evoluzioni circolari, che interrompono la precisione geometrica del taglio della sega.<\/p>\n\n\n\n<p>Era una semplice doga segata a mano ma fra i suoi segni imperfetti, i cerchi un po\u2019 discontinui, le venature inclinate, le sfumature di colore ci ho visto un mondo intero, e soprattutto una storia.<\/p>\n\n\n\n<p>Quella doga era stata tagliata da una persona, non da una macchina. Quella doga ne conteneva il gesto e soprattutto il tempo che aveva impiegato a segarla. Un atto cos\u00ec materiale e brutale come separarla dal tronco che l\u2019aveva generata era diventato un concetto di tempo. Se c\u2019\u00e8 il tempo &#8211; anche imprigionato &#8211; c\u2019\u00e8 una storia e quella doga ne conteneva diverse: quella dell\u2019albero da cui veniva, quella di chi aveva segato il suo tronco e poi le altre, di chi l\u2019aveva trasportato, segato, caricato su un mezzo e portato fin qui e poi montato, anni prima, sotto i miei piedi. C\u2019erano vite e storie, anche solo accennate e alluse, ma c\u2019erano pi\u00f9 tempi, in un pezzo di legno.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:43px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\" style=\"font-size:24px\"><em>Il tempo dell\u2019albero si era fuso con quello dell\u2019uomo. Nessuna frattura. Nessuna separazione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:43px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Un pensiero che non mi abbandona mai \u00e8 l&#8217;idea che spesso osserviamo distrattamente, quasi per necessit\u00e0. Ogni nostro sguardo \u00e8 una negoziazione tra la ricchezza del mondo e la limitatezza della nostra attenzione. Per questo comprimiamo il pi\u00f9 possibile la visione della realt\u00e0, applicando un meccanismo che ci aiuta a sopravvivere al suo sovraccarico. Non possiamo notare ogni dettaglio, la nostra mente non \u00e8 in grado di elaborarlo tutto. Eppure sembra che dobbiamo sempre avere la percezione di fare, vedere, produrre moltissimo, come se la quantit\u00e0 di cose e idee fosse un parametro di valutazione della loro bont\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:43px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\" style=\"font-size:24px\"><em>Avere una sola buona idea al giorno \u00e8 gi\u00e0 molto.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:43px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Del mondo abbiamo una visione compressa, che elimina moltissimi dettagli. Come si diceva, \u00e8 necessario, non potremmo elaborare ogni pi\u00f9 minuta informazione, e non servirebbe a niente. Ma la compressione toglie profondit\u00e0: guardiamo senza vedere, registriamo presenze e ombre senza capire a cosa appartengono e cosa significano. Restiamo sulla superficie delle cose.<\/p>\n\n\n\n<p>Le venature di quella doga scavavano in profondit\u00e0 e contenevano il tempo di maturazione di quel legno e le operazioni a cui era stato sottoposto poi. In un particolare non compresso c\u2019era il tempo, ossia la quarta dimensione. Quella che sfugge a un\u2019osservazione superficiale, allo sguardo che si posa su una strada trafficata di una citt\u00e0 caotica.<\/p>\n\n\n\n<p>Quel pezzo di legno per\u00f2 conteneva un universo: catturare il tempo significa dominarlo e le storie fanno questo, lo manipolano, lo invertono, lo alterano e lo evocano. Lo controllano.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel dettaglio c\u2019\u00e8 la storia del mondo, se si ha la pazienza di vederla.<\/p>\n\n\n\n<p>Quel mondo che ci addestra a generare flussi incessanti di informazioni, che chiede (perch\u00e9 vogliamo credere che ce lo chieda, in verit\u00e0 non chiede niente e semplicemente <em>sta<\/em>), sopravvive anche l\u2019idea di un\u2019<em>intensit\u00e0 selettiva<\/em>, come se un solo pensiero \u2014 se \u00e8 buono, se \u00e8 interamente personale, se ha radici e ramificazioni \u2014 pu\u00f2 valere quanto cento e milioni di pensieri frammentari. Per questo ho guardato quella doga pensando al tempo e pensando che anche il solo fatto di notarla potesse assolvere il compito quotidiano di pensare una cosa &#8211; possibilmente buona &#8211; al giorno.<\/p>\n\n\n\n<p>In <em>Considera l\u2019aragosta,<\/em> David Foster Wallace parla di aragoste in un modo singolare. Il racconto che d\u00e0 il titolo alla raccolta di saggi, \u00e8 un reportage per la rivista &#8220;Gourmet&#8221; sul Festival dell&#8217;Aragosta del Maine. Partendo da un evento apparentemente leggero come una sagra popolare, Wallace scrive una riflessione etica e filosofica sulla sofferenza animale e sulla dissonanza cognitiva dell&#8217;essere umano. Esamina la pratica di bollire vive le aragoste e si chiede se sia giusto infliggere dolore a creature senzienti per il nostro piacere gastronomico, facendo riflettere (&#8220;considerare&#8221;, appunto) sull&#8217;aragosta in un senso pi\u00f9 profondo e problematico.<\/p>\n\n\n\n<p>Il punto, e non me ne voglia l\u2019aragosta, \u00e8 che avrebbe potuto parlare di tutti i tipi di aragoste, e delle famiglie a cui appartengono. Avrebbe potuto indagarle dal punto di vista biologico o ecologico o comunque generale e invece decise di partire da un festival. Nel piccolo e circoscritto geografico trova il tutto, perch\u00e9 le storie &#8211; anche quelle di un festival che conosce forse solo chi vive nel Maine &#8211; contengono gi\u00e0 tutto il mondo. Perch\u00e9 il particolare contiene l\u2019universale e l\u2019universo.<\/p>\n\n\n\n<p>Osservando il particolare si pensa di perdere la visione generale. In realt\u00e0 \u00e8 osservando il generale e trascurando il particolare che non si vede niente. La visione del mondo compressa e complessiva dell\u2019osservazione distratta \u00e8 un\u2019immagine, quella espansa e profonda del particolare, dato che contiene tempo e storie, \u00e8 un oggetto di realt\u00e0, non ne \u00e8 la sua rappresentazione.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima <em>rappresenta<\/em>, la seconda <em>\u00e8<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Pensando si creano pensieri e idee, \u00e8 quello lo scopo del resto, no? Quando i pensieri non dicono la realt\u00e0 (non la nominano e quindi non la fanno vivere ed essere reale) si soffre la discrepanza: non c\u2019\u00e8 allineamento fra ci\u00f2 che \u00e8 pensato e ci\u00f2 che \u00e8. Nell\u2019osservazione del particolare, ho notato, pensiero e realt\u00e0 si sovrappongono e la mente si acquieta. Credo dipenda dal fatto che nel dettaglio ci sono la storia e il tempo, Li posso vedere insieme, <em>logos<\/em> and <em>chr\u00f3nos<\/em>, in una fibra di legno, nel taglio di una sega, irregolare e perfetto.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>E i suoi modi di espansione, nel racconto e nel tempo<\/p>","protected":false},"author":1,"featured_media":41725,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[91,415,429],"tags":[392,349],"class_list":["post-41724","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-cultura","category-pensiero-lungo","category-umanesimo","tag-david-foster-wallace","tag-meditazione"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41724","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=41724"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41724\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":41726,"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/41724\/revisions\/41726"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media\/41725"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=41724"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=41724"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=41724"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}