{"id":41294,"date":"2025-02-24T22:29:18","date_gmt":"2025-02-24T22:29:18","guid":{"rendered":"https:\/\/martinopietropoli.com\/?p=41294"},"modified":"2025-02-25T22:35:39","modified_gmt":"2025-02-25T22:35:39","slug":"jazz","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/martinopietropoli.com\/en\/jazz","title":{"rendered":"Jazz"},"content":{"rendered":"<p>Oggi, mentre tagliavo lo scalogno per il soffritto, stavo ascoltando il&nbsp;<em>Concierto de Aranjuez,&nbsp;<\/em>la prima traccia di&nbsp;<em>Sketches Of Spain&nbsp;<\/em>di Miles Davis. Pensavo fosse un pezzo originale e invece ho scoperto &#8211; mentre mi documentavo per scrivere queste righe &#8211; che si tratta in realt\u00e0 di un\u2019interpretazione dell\u2019omonimo di Joaquin Rodrigo, che risale al 1939. Miles Davis se n\u2019era innamorato e volle eseguirlo.<\/p>\n\n\n\n<p>Non saprei dire se nell\u2019esecuzione di un classico vi sia una volont\u00e0 di appropriazione o di comprensione dell\u2019esecutore. Probabilmente entrambe. Miles Davis voleva capirlo e poi farlo proprio e per riuscirci doveva eseguirlo, cio\u00e8 esprimerlo. Forse i passaggi logici sono questi, anche se il jazz \u00e8 noto come un genere musicale molto pi\u00f9 libero di altri, e infatti viene spesso interpretato come sprovvisto di regole.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi piace citare ancora Miles Davis che diceva che:<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\" style=\"font-size:24px\"><em>It\u2019s not the note you play that\u2019s the wrong note \u2013 it\u2019s the note you play afterwards that makes it right or wrong.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Che \u00e8 un modo di dire che non esistono note giuste o sbagliate, ma che \u00e8 il contesto che le rende tali o meno.<\/p>\n\n\n\n<p>Il jazz \u00e8 libero non perch\u00e9 non abbia regole ma perch\u00e9 ha una struttura fluida, che si adatta. Adattarsi significa riconoscere l\u2019errore e integrarlo nel processo creativo. Accettarlo e, attorno a esso, costruire il resto dell\u2019edificio musicale: la nota successiva. E poi le altre ancora.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho letto un bel ragionamento (non lo chiamo solo articolo perch\u00e9 \u00e8, appunto, un limpido modo di mettere in fila elementi) che riguarda un argomento apparentemente distante, ossia il modo in cui dovremmo rapportarci all\u2019Ai, e citava John Coltrane e una delle sue pi\u00f9 celebri e rivoluzionarie composizioni, ossia&nbsp;<em>Giant Steps.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Scrivono\u00a0<a href=\"https:\/\/open.substack.com\/users\/22238395-paolo-gervasi?utm_source=mentions\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Paolo Gervasi<\/a>\u00a0and\u00a0 <a href=\"https:\/\/open.substack.com\/users\/8093690-matteo-roversi?utm_source=mentions\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Matteo Roversi<\/a>\u00a0in\u00a0<a href=\"https:\/\/open.substack.com\/pub\/futuripreferibili\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Futuri Preferibili<\/a>:<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\" style=\"font-size:24px\"><em>Coltrane aveva creato un algoritmo perfetto,&nbsp;<strong>un sistema strutturato e inattaccabile<\/strong>. Flanagan, invece, si muoveva con il linguaggio umano dell\u2019errore, della ricerca, della vulnerabilit\u00e0. E quella vulnerabilit\u00e0 \u00e8 rimasta nella registrazione, come&nbsp;<strong>una traccia di resistenza<\/strong>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Nell\u2019esempio che portano, Coltrane \u00e8 la macchina &#8211; cio\u00e8 l\u2019Ai &#8211; che ragiona a una velocit\u00e0 inusitata per la mente umana e il pianista Flanagan siamo noi, che, attoniti di fronte al potere di calcolo (cio\u00e8, il potere esecutivo di Coltrane) restiamo interdetti, non capiamo, ci limitiamo ad accompagnare la musica, cercando di starle dietro.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma non volevo parlare di Ai. Volevo parlare di scrittura, perch\u00e9 mi sono chiesto quale sia un modo di scrivere jazz. Che poi, a dirla tutta, parlare di scrittura significa parlare di LLM e quindi di Ai. Ma torniamo a noi.<\/p>\n\n\n\n<p>Se dovessi riferirmi alle regole (o non regole, o regole lasche) del jazz, dovrei pensare che l\u2019errore \u00e8 contemplato e anzi ben accetto, e che dovremmo indugiarvi nello scrivere jazzisticamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Dovremmo considerare che non esistono note sbagliate &#8211; ne esistono solo di inaspettate, diceva sempre Davis &#8211; ma solo note in determinati contesti che, nell\u2019insieme, sono giusti o sbagliati. O \u201csuonano\u201d giusti o sbagliati. Per quanto il jazz suoni in modo strano e incomprensibile a molte orecchie. O noioso.<\/p>\n\n\n\n<p>Com\u2019\u00e8 quindi una scrittura jazz? L\u2019ho immaginata come un collage o forse come un film, montato in maniera molto libera, con inversioni cronologiche, con accelerazioni e decelerazioni continue, con cambi di ritmo, con espansioni e contrazioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Non so esattamente che forma letteraria potrebbe avere: forse \u00e8 fatto di ragionamenti e immagini, di ricordi e di scatti in avanti, di riflessioni e descrizioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Di certo lo immagino imprevedibile, come la vita. Mi piace essere stupito, non mi piace riuscire a prevedere. La noia \u00e8 prevedibile e il jazz ti allena a non prevedere niente. Dopo una nota giusta non ce n\u2019\u00e8 necessariamente un\u2019altra giusta. Ce n\u2019\u00e8 un\u2019altra e basta.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\" style=\"font-size:24px\"><em>Non ricordo chi diceva che \u00e8 difficile fare previsioni, specie se riguardano il futuro.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>In questi giorni sto leggendo lo straordinario Solaris di Stanis\u0142aw Lem (introduco una variazione, un cambio di ritmo, uno scarto. Sto scrivendo jazz? Non lo so: scrivo).<\/p>\n\n\n\n<p>Avevo visto almeno due versioni cinematografiche del medesimo, ossia quella celeberrima (meritatamente) del 1972 di Andrey Tarkovsky e quella del 2002 di Steven Soderbergh. Non so se ne esistano altre ma quello che pi\u00f9 mi sta affascinando del libro \u00e8 la qualit\u00e0 superlativa della scrittura (e delle descrizioni del paesaggio di Solaris, e in particolare del suo oceano e della sua mutevole morfologia) e la metafora che, appunto, \u00e8 rappresentata da questo oceano. Che non \u00e8 fatto di acqua ma piuttosto di una materia gelatinosa e mutante, di un colore indefinito che muta con la luce e &#8211; sembra di poter immaginare &#8211; anche con l\u2019umore di chi lo guarda.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 un oceano che \u00e8 in se stesso un umore, una creatura sensibile che capta le energie mentali attorno a s\u00e9 e risponde, reagendo e creando realt\u00e0 che sono fatte della materia della memoria degli uomini che vivono l\u00ec. Solaris \u00e8 una creatura che genera creature fatte di incubi e di aspettative deluse, \u00e8 un oceano sferico molle e passivo che riflette il lato oscuro di chi lo abita, rendendolo evidente e inevitabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sono lunghissime descrizioni delle conformazioni che \u00e8 capace di creare, dei corpi tettonici e organici che plasma sulla sua superficie. Non \u00e8 una presenza n\u00e9 minacciosa n\u00e9 benigna: \u00e8 incomprensibile da occhi scientifici ma soprattutto&nbsp;<em>\u00e8, e basta. Esiste.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 chiaro se sia il responsabile delle vivide allucinazioni che gli abitanti della stazione spaziale sperimentano ma l\u2019origine dei visitatori &#8211; come li chiamano &#8211; che li vengono a trovare comparendo dal nulla pare essere collocata da qualche parte, in quell\u2019oceano. Non so se in verit\u00e0 sia davvero cos\u00ec, ho superato da poco la met\u00e0, magari verr\u00f2 smentito.<\/p>\n\n\n\n<p>Quello che conta \u00e8 che i visitatori sono personali per chi, involontariamente, li evoca. Kris Kelvin, lo psicologo che narra in prima persona, viene visitato dalla sua compagna, suicidatasi sulla Terra e ora riapparsa amorevole ma senza memoria, accondiscendente e remissiva in questa nuova dimensione.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi sono chiesto se l\u2019oceano non sia una oceanica metafora del passato o del peso che ognuno porta con s\u00e9: quello delle aspettative deluse e delle delusioni vere e proprie, dei fallimenti, delle proiezioni di possibili futuri che sono diventati passati sghembi e sgorbi, memorie di fallimenti e sacche di resistenza di possibili riscatti. O forse Solaris \u00e8 la parte oscura, ma illuminata. Voglio pensare che il suo nome suggerisca questo, anche se deriva dalla presenza del suo sole, o cos\u00ec lo immagino. \u00c8 un sole che cambia i colori, violentissimo e accecante in certe ore, ed \u00e8 una presenza ostile, da cui difendersi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci si deve difendere per\u00f2 anche dall\u2019oceano. Allora bisogna cercare di capirlo. In questa ricerca, che diventa una epica e tragica allegoria della costruzione del sapere, gli scienziati della stazione si chiedono:<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\" style=\"font-size:24px\"><em>Dovresti sapere che la scienza si occupa esclusivamente del come avvengano certi processi, e non del perch\u00e9.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>\u00c8 un indizio, ed \u00e8 la domanda di fronte a cui li pone l\u2019oceano silenzioso e mutevole, minaccioso e piatto: perch\u00e9 succedono le cose?<\/p>\n\n\n\n<p>E allora ho capito che non esiste una scrittura jazz ma che&nbsp;<em>la scrittura \u00e8 jazz<\/em>: la scrittura \u00e8 lo strumento che permette di raccogliere e legare ragionamenti, pensieri, suggestioni, direzioni e deviazioni lungo un percorso che non si sa, appena intrapreso, dove condurr\u00e0. Il senso della scrittura, come ogni viaggio che si rispetti, non \u00e8 la destinazione e la chiusura del ragionamento (quella \u00e8 affidata alla scienza, ed \u00e8 transeunte) ma \u00e8 la scrittura in s\u00e9. La scrittura chiede scrittura per procedere, e ricambia illuminando i tratti di percorso.<\/p>\n\n\n\n<p>Non sono capace di suonare nessuno strumento ma ascolto il jazz. Non \u00e8 semplice farlo: il buon jazz ti porta sempre dove non ti aspetti, ti mette sempre un po\u2019 a disagio. Per\u00f2 ricambia con un\u2019intuizione, con la vista di un nuovo luogo mentale che non sapevi esistesse. Il jazz ti chiede ascolto e restituisce un\u2019immagine di chi ascolta: non \u00e8 l\u2019immagine reale ma \u00e8 quella possibile, nel senso che \u00e8 fatta di tutte le possibili variazioni e ramificazioni della vita.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\" style=\"font-size:24px\"><em>\u00c8\u00a0tutte le memorie (le forme del passato) e tutte le possibilit\u00e0 (quelle del futuro) insieme. \u00c8 tutte le note conosciute e le loro combinazioni possibili e sbagliate, che diventano magicamente giuste.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Non so se l\u2019oceano di Solaris sia jazz. Di certo \u00e8 il luogo delle memorie che i personaggi di quel libro non vogliono visitare, \u00e8 un passato che vogliono distruggere o almeno neutralizzare. \u00c8 la parte della loro anima che non possono ignorare e che li definisce, attraverso le paure, i ricordi e gli errori.<\/p>\n\n\n\n<p>Quell\u2019oceano costruisce in pochi minuti architetture di bellezza sublime e terribile, che distrugge poco dopo, inghiottendole nelle sue viscere. Alcune di queste si chiamano simmetriadi.<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\" style=\"font-size:24px\"><em>Il simmetriade [\u2026] era per definizione \u00abl\u2019inimmaginabile\u00bb.<\/em><\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:40px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<p>Prima di iniziare a suonare &#8211; ogni volta che lo facevano, non la prima in assoluto &#8211; Miles o Coltrane non immaginavano. Poi procedevano a costruire non solo sulla memoria (quella serve per le regole, mentre fare jazz vuol dire conoscerle e negarle, anche) ma sullo scarto imprevedibile, sulla deviazione, sull\u2019errore. Cos\u00ec scoprivano nuovi mondi, nuovi suoni, nuove realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>La scrittura si basa su regole ma non \u00e8 un martello alla ricerca di chiodi. Per ora i LLM e l\u2019Ai lo sono &#8211; martelli per piantare chiodi &#8211; che per\u00f2 finiscono per essere involontariamente jazz: associano idee distanti e non visibili a occhio umano e sono vascelli capaci di spingersi ai confini dell\u2019oceano della conoscenza per tornare in porto con storie e creature inimmaginabili.<\/p>\n\n\n\n<p>La scrittura umana gli d\u00e0 ordine e li colloca, o cerca legami. Scopre che non c\u2019\u00e8 un errore nel tagliare lo scalogno e nell\u2019ascoltare del jazz, che le cose sono collegate, anche se i legami sono flebili, anche se non sembrano esistere.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto \u00e8 legato e l\u2019incongruenza non \u00e8 un errore ma \u00e8 piuttosto una connessione debole, un segnale appena percepibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Che pu\u00f2 essere scritto, per creare una nuova memoria e per cercare di capire non come avviene la vita, ma perch\u00e9 avviene.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi sono chiesto cosa significa scrivere come se si facesse del jazz. 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