Venezia non dovrebbe esistere

Un nuovo libro fotografico su Venezia in bianco e nero ne rivela una delle sue più potenti particolarità

 

Chi non vive a Venezia ma la frequenta abitualmente può osservare un’esperienza molto singolare che — a mia memoria — accade solo in questa città: quando superi il ponte della Libertà ed entri sull’isola il tempo cambia. Forse a cambiare è la percezione che ne hai ma il risultato è lo stesso: Venezia ti restituisce il tempo, non te lo sottrae mai.

Non amo l’espressione “ferma nel tempo” perché è molto abusata e nel caso specifico non si adatta a Venezia. È vero, la si potrebbe definire una città storicamente congelata in un passato molto remoto visto che nella sua forma e nei suoi palazzi non cambia da secoli. Eppure, anche se la si definisce da decenni una città-museo, c’è qualcosa che manca a questa definizione. Un museo conserva e protegge le sue opere ma appartiene al tempo corrente. Venezia invece è capace di distorcere il campo spazio-temporale. Quando ci entri ti sembra di avere tutto il tempo del mondo. Dato che puoi muoverti solo a piedi o in vaporetto (che non è poi tanto più veloce che farlo a piedi, solo che almeno non ti affatichi) ogni sistema di riferimento spazio-temporale è annullato. Quando sei a Venezia devi rispettare il tempo di Venezia.

 

Sfogliando “Dream of Venice in Black and White” — un nuovo libro fotografico con contributi di 50 fotografi di 10 paesi diversi fra cui anche il sottoscritto — mi sono reso conto che toglierle i colori significava rivelare questa sua natura peculiare: la fotografia senza colori non ha un tempo preciso perché viene collocata mentalmente in un passato indefinito, finendo per non appartenere a nessuna epoca precisa. Nessuna distrazione cromatica può fornirci indizi: non ci sono i colori degli abiti che potrebbero fornire indicazioni sull’anno o la moda. Il bianco e nero è il modo più efficace per svelare una natura tipica della città: non quella di essere ferma nel tempo ma piuttosto di far parte di un tempo che si dilata in anni e decenni e che non è collocato precisamente nel passato e tantomeno nel presente. È un tempo molto personale: il visitatore veneziano ritrova il suo tempo interiore, quello che altrove è ridotto al silenzio perché gli accidenti e le scadenze e un’altra vita glielo impongono.

Photo by Goran Pavletic

 
Se all’inizio mi trovavo a cercare le date in cui erano state scattate le foto per collocarle in un qualche passato prossimo, dopo qualche immagine ho lasciato perdere perché potevano essere stata fatte un anno fa o 60 anni fa. Non c’è tempo internazionale a Venezia, quindi non ha senso cercarlo in una sua immagine. C’è il tempo di Venezia, quello che decide lei e che ti rende solo se lo senti, solo se capisci che le regole fisiche lì non esistono.
Si dice “avere tempo” come se fosse una proprietà di cui si dispone ma la realtà è che la gestione delle ore è normalmente una partita a un gioco spietato in cui si cerca di infilare cose in scatole troppo piccole. Venezia spazza via cose e scatole e ti rimette di fronte alla vita e al suo tempo in un modo naturale. Quando sei fra le sue calli hai davvero tempo: il tuo tempo, tutto il tempo del mondo.
Ci sono altre città altrettanto generose? Non credo. Ci vuole la sua forza irreale per portare il suo visitatore su un diverso piano temporale.
 

Venezia non dovrebbe esistere. Venezia galleggia solidamente e sorge dove non dovrebbe esserci altro che acqua. È un miraggio reale ed è anche uno dei più potenti monumenti dell’uomo alla sua volontà e capacità.


Frutto dell’ingegno e del bisogno, è la testimonianza di una guerra vinta dall’uomo sulla natura stessa. E se l’alleato della natura è il tempo e il suo scorrere inesorabile, i fondatori di Venezia hanno scoperto il meccanismo che interrompe il tempo e annulla la natura. Siccome è magica e irreale, Venezia non ha niente di naturale. Ha ingannato il tempo, come potrebbe essere altrimenti? Lo ha distorto, come si diceva prima, e te lo restituisce quando ci metti piede.
Non so se i veneziani hanno la stessa idea della loro città. Forse viverci te la rende familiare fino a pensare che tutto il resto del mondo abbia il fusorario veneziano. Mi ha fatto piacere quindi leggere nelle parole dell’introduzione del veneziano Tiziano Scarpa un riconoscimento al visitatore come al suo vero abitante, anche se fugace. I veneziani residenti sono sempre di meno mentre aumentano i turisti e Venezia — ancora una volta — è unica al mondo per la trasformazione urbanistica a cui è soggetta: non è cambiata nella forma ma nella sostanza dei suoi abitanti. È come se poco alla volta e impercettibilmente i suoi abitanti fossero stati sostituiti dai visitatori, come se in un corpo venissero sostituite tutte le cellule. È ancora lo stesso corpo, la stessa persona? All’apparenza sì, ma nelle sue funzioni è un’altra cosa.
 
 
Fotografarla in bianco e nero è un modo per far vedere quello che il colore paradossalmente cela: l’essenza del tempo estratto dal suo fluire contemporaneo, spostandolo in un sistema senza riferimenti, misurato da un metro che esiste solo là.
Ecco perché Venezia non è un museo: perché non si conserva ma cambia, anche se la sua metamorfosi è colta solo dallo statistico più attento o dal poeta più sensibile. Non è apparente ma più intima: Venezia sta tornando a essere la città magica che sorge dove non doveva esserci niente e che decide come disporre del suo tempo. Lo stesso tempo che restituisce al suo visitatore. Un tempo non misurabile, un tempo dell’anima, un tempo infinito.


Questo è il tuo tempo: usalo come vuoi.

 

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